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martedì 6 febbraio 2018

Il riposo degli infermieri, il riposo dei medici: quando Penelope, rispetto all'Italia, è una sprovveduta dilettante.

Penelope tesseva la tela (del sudario del suocero Laerte) di giorno, e la disfaceva di notte, si sa: il continuo, laborioso fare e disfare era mirato a guadagnare tempo, sperando che il marito Ulisse riuscisse a fare ritorno ad Itaca prima che la tela fosse finita, perché a quel punto Penelope - lo aveva promesso - sarebbe stata obbligata a sposare uno dei pretendenti al trono dell'isola. Come andò lo sappiamo: Ulisse tornò a casa dopo dieci anni, a tela non ancora terminata, uccise tutti quelli che gli volevano fregare moglie e trono, e visse felice e contento.

A differenza di Penelope, che tesseva e disfaceva sì per guadagnare tempo, ma col nobile obiettivo di rimanere fedele al marito Ulisse, dal 1994 il legislatore italico, per quel che riguarda la professione infermieristica, tesse e disfa con l'unico obiettivo di fottere i lavoratori, scansare le sanzioni europee e risparmiare un sacco di soldi sulla pelle dei lavoratori e dei malati.

La tela in questione è quella delle ore minime di riposo tra un turno lavorativo e l'altro. No, non voglio parlare di retribuzione infame e delle indennità ferme da 24 anni: non voglio parlare di soldi. Voglio parlare di ore di sonno. Di ore di riposo. Di palpebra calante, sonno, rischio di errore e responsabilità professionale di quei lavoratori stanchi al punto di barcollare, quei lavoratori che se sbagliano rischiano di uccidere la persona malata.

Nel 1993, 25 anni fa, la UE se ne esce con una direttiva (93/104/CE) che impone ai paesi membri l'osservazione di periodi minimi di riposo, a salvaguardia dei lavoratori e degli utenti: la direttiva è scritta per tutti i tipi di lavoro e per tutti i lavoratori, dall'autista di autobus all'operaio metalmeccanico, e prevede un numero minimo di ore di riposo consecutive settimanali (24+11, cioè 35), un  numero massimo di ore lavorative settimanali (48), un numero minimo di ore di riposo tra un turno lavorativo e l'altro (11), un numero minimo di settimane di ferie l'anno (4).

L'Italia riesce a fare finta che questa direttiva non esista. Riesce a fare finta di nulla PER DIECI ANNI. 

Nel 2003 l'Unione Europea rimbrotta governo e parlamento italiano per il ritardo ingiustificabile nel recepire questa direttiva, e minaccia sanzioni economiche. A quel punto il Governo, per evitare di pagare multe salatissime, porta (in fretta e furia) in aula il decreto legislativo (66/2003) col quale il Parlamento recepisce quella direttiva ormai vecchia di dieci anni. Ma, almeno per quel che riguarda infermieri, medici e personale sanitario in genere, lo fa per finta, e al solo fine di NON PAGARE LE MULTE. 

Le regole infatti valgono per tutti i lavoratori, TRANNE quelli della sanità: loro i riposi minimi che valgono per tutti gli altri possono non rispettarli, perché: a) manca il personale, e non si ha alcuna intenzione di formare e assumere le figure mancanti che servirebbero a tappare i buchi lasciati negli organici dalle "nuove" regole vecchie di dieci anni; b) i lavoratori della sanità sono superuomini indistruttibili e infaticabili, e quindi possono lavorare tranquillamente anche per diciassette ore su ventiquattro. No, non è un errore: diciassette ore di lavoro dalle 7:00 alle 7:00 del giorno dopo, magari in una rianimazione. Folle? Sì, folle. Ma a norma di legge, dato che a partire da subito (2003) le deroghe alla normativa sono cominciate a fioccare.

(io ho cominciato a lavorare nel 2005. Grazie alle deroghe, nel primo reparto nel quale ho lavorato seguivamo la griglia di turni pomeriggio (14:00 - 21:15) - mattino/notte (7:00 - 14:15 E 21:00 - 7:15). Lavoravo in Oncologia: 25 malati, dei quali tre in isolamento. Due infermieri di notte, da soli, che il personale di supporto era (ed è) una chimera: dopo diciassette ore di lavoro nelle ultime ventiquattro terminavamo il turno di notte barcollanti. Davamo consegna biascicandola, esausti fisicamente e piegati dal sonno. Una mia collega una volta si è addormentata sulla sedia subito dopo aver finito di dare consegna, per dire. Altre sono andate a sbattere mentre cercavano di guidare fino a casa, e fortunatamente non si sono fatte troppo male. Fa rabbrividire pensare che fino a venti minuti prima quella persona, troppo esausta per riuscire a guidare, avesse responsabilità diretta sulla vita di venticinque persone malate e in trattamento chemioterapico).

La scusa ufficiale, ai tempi (e l'ho già scritto in diverse occasioni, ma lo riscrivo, perché mi piace essere ripetitivo) era che gli infermieri non c'erano (ed era vero, ed è vero ancora oggi, solo che la situazione è enormemente peggiorata, rispetto ad allora. Enormemente, sì), e dato che quegli infermieri inesistenti non potevano essere assunti, per garantire il servizio ai cittadini era necessario derogare alla legge del 2003 che recepiva la direttiva del 1993, e costringere al superlavoro medici ed infermieri.

Così si deroga. E si continua a derogare ancora di più quando la crisi mondiale  (la truffa, chiamiamola con il suo nome) esplode nel 2008: si smette di sostituire il personale andato in pensione o in maternità, gli organici decrescono, il carico di lavoro aumenta, l'età media pure, e aumentano conseguentemente i richiami in servizio, che fioccano quando uno di noi si ammala o si rompe: gli organici sono al minimo, e per coprire il turno si può soltanto richiamare in servizio qualcuno che ha un giorno di riposo. Io arrivo a lavorare otto giorni di fila (due mattini, tre pomeriggi, tre notti. Poi un giorno e mezzo di coma, e si ricomincia). Si va avanti così per anni.

(E ad un certo punto mi rompo io. Non faccio un giorno di malattia, ma mi rompo. Non dormo di notte, mi trascino in reparto guidato solo dagli automatismi, litigo con i parenti che mi rallentano nella mia lista di cose da fare a tappe forzate, e una volta, subito dopo la fine del turno, appena tornato nella mia stanza marcia, ho quello che credo sia stato l'unico attacco di ansia - o di panico - della mia vita. E spero anche che sia stato l'ultimo, grazie. Brutto brutto. Non ce la faccio più, e ne prendo atto: comincio ad accarezzare l'idea di licenziarmi e di cercarmi un altro tipo di lavoro. Uno qualsiasi, non mi importa. Ma ho un mutuo sul collo, e su questa maledetta professione ci ho investito troppo, e quindi resisto cercando di difendermi come posso: smetto di rispondere al telefono. Smetto di vivere "a disposizione". Quando sono di riposo, mi rendo irreperibile: è un mio diritto, me ne riapproprio. E ho cominciato a pretendere di avere copia dell'ordine di servizio quando qualcuno cerca di farmi saltare un riposo, altrimenti non rientro. Basta quello, nove su dieci, per indirizzarli su qualcuno di più malleabile e meno esaurito. Insomma, cerco di sopravvivere. E in qualche modo ci riesco. Ma sono stato ad un passo dal mollare, perché stavo davvero dando fuori di matto. E con dando fuori di matto intendo dando fuori di matto, esplosioni incontrollabili di rabbia comprese, ne ho già parlato anche qui sopra, nel post La Rabbia)

Arriviamo al 2014. La UE non ci sta, ad essere presa per i fondelli, quindi richiama l'Italia: basta deroghe alla normativa del 1993 recepita nel 2003, o saranno multe molto salate. Il governo Renzi corre ai ripari, e il Parlamento approva la legge che impone di eliminare le deroghe alla normativa (la normativa europea deve essere applicata senza deroghe, che, data la gerarchia delle fonti di legge, anche quando sono previste per legge di un paese membro decadono, dato che c'è una legge gerarchicamente superiore che non ammette deroghe). La legge (161 30/10/2014) concedeva un anno di tempo dall'entrata in vigore perché i datori di lavoro - aziende pubbliche e private - si potessero adeguare, e quindi entro il 15 novembre 2015 tutti i problemi organizzativi che avevano reso "necessarie" le deroghe alla normativa sarebbero dovuti essere risolti. Per risolvere quei problemi ci sono soltanto due modi: tagliare drasticamente le prestazioni e i posti letto (ma le conseguenze sulla salute pubblica sarebbero enormi) o assumere il personale che manca (tipo quei 25.000 infermieri disoccupati che non vengono assunti nonostante la carenza di organico abbia sforato le 65.000 unità). Dal trenta ottobre 2014 al 15 novembre 2015, incredibilmente, si è scelto di non fare niente. Anzi, qualcosa si è fatto: il personale è ulteriormente diminuito. La quota di PIL investita in sanità, anche. Quando si dice "una manovra a tenaglia", eh?

Come ho già avuto modo di scrivere, il 15 dicembre 2015 un asteroide ha colpito simultaneamente tutte le aziende ospedaliere - pubbliche e private - d'Italia, che si sono trovate "da un giorno all'altro" a gestire la "grave" situazione.

Da lì, il colpo di genio: prevedere delle deroghe alla legge del 2014 che eliminava le deroghe del 2008 (e del 2003) ad una legge del 2003 che recepiva una direttiva UE del 1993.

Quali deroghe? Ma quelle che hanno appena formalizzato infilandole nel rinnovo del contratto, semplice! Quelle che prevedono che undici ore di riposo tra un turno e l'altro (e il limite giornaliero delle dodici ore e cinquanta di lavoro) debbano valere per tutti i lavoratori di tutta Europa, infermieri e medici italiani esclusi: loro sono speciali, non hanno bisogno di riposare. Tanto se sbagliano sono solo problemi loro, no? Sono o non sono professionisti? Hanno anche l'assicurazione, no? Quindi chissenefrega, spremiamoli finché non si rompono.

(parentesi sul rinnovo del contratto: no, non saranno 85 euro lordi. Non per gli infermieri. Sopra i 26.000 euro di reddito lordo saranno di meno. Sembra attorno ai 65. Meno l'indennità di vacanza contrattuale (14 euro al mese), diventerebbero 51. Lordi. Il mio reddito è di 28.500 euro lordi l'anno, quindi su quei 51 euro ci pagherò il 38% di imposta sul reddito. Quindi l'aumento netto sarà pari a... 31 euro al mese. Ecco: a fronte di quei 31 euro, in cambio questi pretendono di farci ingoiare per la seconda volta le deroghe alla legge che eliminava le deroghe, ok? Siatene molto, molto incazzati, perché qui si gioca con la nostra salute e con la salute dei malati, si risparmiano un sacco di soldi, si uccide per fame il servizio sanitario nazionale, e in cambio ci offrono un piatto di lenticchie, e lo chiamano "un grande accordo", ok?).

Il nuovo, meraviglioso contratto, tanto atteso dopo quasi dieci anni di blocco contrattuale (durante i quali i lavoratori hanno perso più del 20% del loro potere d'acquisto, e le progressioni di carriera sono rimaste congelate), ci darà quattro spicci, e metterà nero su bianco che l'Italia è furba, e può continuare a sfruttare i propri lavoratori fregandosene della UE e delle sue normative, come delle minacce di sanzioni: basta far finta di cambiare le cose ogni tanto, e in questo modo si guadagna tempo, e sino alla prossima minaccia di sanzione si è a posto. Quando quella minaccia si concretizzerà, be'... faremo solo finta di adeguarci, come già fatto nel 2003 e nel 2014. Noi siamo furbi.

E io sono incazzato nero.












domenica 28 gennaio 2018

Stanotte ho incontrato Veronica.

Veronica è il titolo di un pezzo che abbiamo finito di registrare la scorsa settimana. Da domani comincia il lungo e travagliatissimo periodo durante il quale prenderemo quel materiale registrato e lo metteremo insieme, con infinite discussioni sui suoni, pan, volumi e effetti da usare. Prima di qualche mese non sarà ascoltabile, lo so: ci si trova tre ore a settimana, ci metteremo tantissimo. E va bene così, dato che fare quella roba lì per noi è una specie di ragione di vita, e godiamo tantissimo nel farla. Ma mi urge scriverne adesso, alle nove del mattino, dopo aver smontato notte, con la palpebra calante. Perché stanotte ho incontrato Veronica. Cioè: un pezzo, di Veronica. L'altro lo avevo già incontrato, tempo fa.

La struttura del pezzo e il testo (quasi definitivo già alla nascita) l'ho buttato giù io un annetto fa, un pomeriggio, prima di andare a fare la mia seconda notte: la notte prima, in rianimazione, avevo incontrato Veronica, e quella canzone è venuta magicamente fuori da sola. L'ho registrata sul telefonino abbozzando una ritmica di chitarra acustica e l'ho mandata agli altri, che hanno fatto diventare quell'abbozzo una canzone vera. Ascoltabile, intendo.

L'immagine della casa di ringhiera arriva dalla Veronica di un anno fa. Che non si chiamava Veronica, ovviamente. Così come non si chiama Veronica la Veronica di stanotte. La Veronica di un anno fa era quella "appollaiata come un corvo tutto nero su un cuscino di ricordi" dell'ultima strofa, la Veronica di stanotte era quella che "si presentava come un cigno tutto nero su un cuscino di diamanti" che apre la prima strofa. Nei suoi giorni migliori, intendo. Perché stanotte Veronica era quella "ringraziata con un calcio in pieno viso".

Entrambe erano magnifiche. Ipnotiche. Non eccezionalmente belle: magnifico è diverso dal bello. E del resto non le ho conosciute nei migliori dei loro momenti: l'una anziana, con il cuore disperatamente fuori uso, l'altra giovane e bella, ma con la faccia gonfia di botte, picchiata dal suo compagno. Il racconto della prima Veronica - una donna di famiglia proletaria, attivista politica, che aveva lasciato (tremando gelida) il ricco marito che la picchiava, preferendo la povera dignità alla ricchezza con gli occhi pesti - stanotte l'ho visto sul viso dell'altra Veronica: le labbra tumefatte e lacerate dai pugni, l'occhio gonfio e viola, i segni - tanti - sul corpo e sulle braccia. E' scappata saltando fuori dalla finestra, perché lui la stava ammazzando di botte.

Le ho chiesto che cosa fosse successo.
Mi ha detto che il suo ragazzo è geloso. Che hanno avuto una discussione e lui l'ha picchiata.
Mi sono fermato a guardarla nell'occhio buono.
Le ho chiesto se era la prima volta.
Mi ha detto di no.
Le ho chiesto da quanto tempo stessero insieme.
Poco più di un anno, ha detto.
Un anno. E ti ha già picchiato più volte.
Sì.

Cosa aspetti? Che ti uccida?

Devo denunciarlo? Lei ha pianto. E io mi sono sentito un verme.

Poi ha detto che lo voleva denunciare. E le abbiamo chiamato la questura, e passato il telefono. Tremando gelida, ma lo ha fatto. E io le avrei voluto raccontare dell'altra Veronica, ma naturalmente non l'ho fatto. Anche perché quello a cui qualcuno aveva spaccato la faccia a bastonate da lì a poco avrebbe cominciato a vomitare sangue, e insomma, avevo altro da fare.

C'è un passaggio, di Veronica, che sino ad oggi non mi convinceva completamente: quel "l'ha ringraziata con un calcio in pieno viso / non fu romantico, lei ci rimise un dente" mi era sembrato esagerato. Dopo aver conosciuto la Veronica di stanotte so che non è esagerato.




VERONICA 


Si presentava come un cigno tutto nero su un cuscino di diamanti
Ed esprimeva quella rabbia che svanisce
Solo per lasciarti vuoto e triste

S'è fatta strada da leonessa da ringhiera nel quartiere Primavera
Da comprimaria ha capeggiato le rivolte
Ha preso pugni, calci e sputi, e dato botte

Veronica
Magnifica
Ipnotica
E salvifica

Era la donna del compagno Crisantelli, quello della fonderia
Lui l'ha incontrata che attaccava un manifesto
Non si sa come, sono poi finiti a letto

Per quindici anni l'ha seguito nel Consiglio, fino a farne il Presidente
L'ha ringraziata con un calcio in pieno viso
Non fu romantico, lei ci rimise un dente

E Veronica
Magnifica
Ipnotica
E salvifica
Gli disse addio, Veronica
Tremando gelida e
Scelse Veronica
Scelse Veronica


Appollaiata come un corvo tutto nero su un cuscino di ricordi
Resta Veronica, che ormai non bada al tempo
Resta Veronica, ricurva nel suo tempo


Veronica
Magnifica
Ipnotica
E salvifica
E' ancora qui, Veronica
Di un'altra epoca
Sempre polemica
Da sempre ironica
Sempre Veronica.




lunedì 30 ottobre 2017

Inesistenza infermieristica

Sono passati ventitré anni dalla legge che ha istituito l'attuale profilo dell'infermiere.
Sono passati diciotto anni dalla legge che ha abrogato il mansionario infermieristico.
Sono passati diciassette anni dalla legge che ha istituito il corso di laurea in infermieristica.
Da allora aspettiamo che si attivino i corsi di laurea specialistica che avrebbero dovuto permettere di specializzarci in area critica, area materno infantile, area geriatrica eccetera. Niente.
Sono passati undici anni dalla legge che ha istituito l'ordine degli infermieri, e in questi giorni si sta mettendo in scena il terzo tentativo di far passare in parlamento UN'ALTRA legge che lo istituisce, dato che per la legge di undici anni fa sono venuti a mancare i decreti attuativi, e quindi non se ne è fatto niente.
Sono passati venticinque anni dall'ultimo adeguamento delle indennità (di lavoro durante giorni festivi (oggi lavorare a Natale vale 17.51 Euro. Lordi. Per l'intera giornata), di turno, di lavoro in terapia intensiva (vale 4.13 Euro al giorno. Lordi) eccetera.
Sono passati dieci anni dall'ultimo rinnovo del contratto.
Sono passati sedici anni dall'accordo conferenza stato-regioni che ha istituito la figura del OSS (che avrebbe dovuto sostituire nei reparti la figura dell'infermiere generico, occupandosi di quelle attività a bassa complessità, standardizzabili, che devono essere eseguite dal personale di supporto dietro disposizione e sotto la responsabilità del responsabile dell'assistenza generale - cioè l'infermiere-).
Sono passati tre anni da quel decreto 566 che istituiva le competenze avanzate infermieristiche, ma anche quelle sono rimaste sulla carta, e in ogni caso sarebbero state isorisorse (cioè: voi frequentate master a pagamento, acquisiste abilità e competenze, vi assumete tutta la responsabilità civile e penale di quel che fate esercitando queste vostre competenze avanzate, MA NON PRENDETE UN CENTESIMO IN PIU', fate gli specialisti aggratis), quindi dico una parolaccia a caso, ma non la scrivo.

Nella realtà quello infermieristico è un universo cristallizzato nel momento del cambiamento. Una fase evolutiva interminabile, durante la quale abbiamo visto aumentare le responsabilità (via il mansionario, siamo professionisti e agiamo in autonomia, quindi rispondiamo direttamente del nostro operato) e diminuire il numero di infermieri nei reparti, aumentare il carico di lavoro non improprio, cioè di vera assistenza infermieristica, aumentare gli adempimenti burocratici, aumentare la quantità di lavoro non infermieristico (attività alberghiere e di assistenza di base) impropriamente caricato sulle spalle degli infermieri. Da una parte c'è un magistrato che non può che rifarsi alla legge, e dall'altra c'è la realtà degli ospedali, dei reparti e delle case di cura, nei quali la legge non viene MAI osservata.

Da una parte, in forza di quel che sulla carta è stato disposto, il professionista infermiere viene condannato insieme al medico che ha sbagliato la prescrizione, perché l'infermiere DEVE riconoscere una prescrizione sbagliata e DEVE impedire il danno alla persona; dall'altra, l'infermiere che lavora in una casa di cura, se non vuole perdere il lavoro, DEVE assumersi la responsabilità della somministrazione di terapie fatte assumere dal personale di supporto quando nella struttura NON è presente un infermiere (l'infermiere è il parafulmine, praticamente).

Da una parte il professionista condannato per omicidio colposo, dall'altra l'operaio dell'assistenza che nel momento in cui il malato si è buttato giù dal letto era impegnato a cambiare un pannolone. Dice: signor giudice, io ero impegnato a cambiare il pannolone alla signora Maria, otto stanze più in là. E il magistrato sospira, allarga le braccia e dice: "cambiar pannoloni non è lavoro da infermiere. Garantire l'incolumità del malato, invece, sì: colpevole", e amen.

Da una parte il salario di un metalmeccanico che non lavora sui turni, dall'altra la vita che gira attorno ai turni in ospedale, la responsabilità professionale, il rischio biologico e infettivo, le aggressioni, lo stress, gli esseri umani che muoiono nonostante il tuo lavoro e il tuo impegno, l'assicurazione professionale, l'aggiornamento continuo a pagamento, l'iscrizione al collegio/ordine (non me ne frega una cippa, è una questione di lana caprina che non avrà alcun impatto sulla nostra realtà lavorativa), l'impossibilità di poter fare carriera, l'impossibilità di scioperare perché si deve garantire il servizio ai concittadini.

400.000 infermieri fanno funzionare la sanità, in questo paese, ma sembra che questo non importi a nessuno. Siamo invisibili. Inesistenti.








mercoledì 18 ottobre 2017

Bestemmiare come un ateo.

"Anto, tu sei ateo, no?"

Sono ancora piegato su me stesso, il pollice sinistro, pulsante , è già violaceo (la martellata è stata forte, sì), stretto nella mano destra come se l'intento fosse quello di comprimerlo per evitare che esploda. Cerco di mantenere un briciolo di dignità, ma il dolore è così forte che mi vengono le lacrime agli occhi. Ansimo e bestemmio in un sussurro, quattro sillabe speciali che si allungano sulla erre e sulla d. Da farci un mantra, gente.

"Oh", fa quello, tutto serio. Mi giro a guardarlo come se mi avesse appena fatto la pipì sul tavolino del salotto. "Sei ateo o no?", mi chiede.

"No, sono evoluzionista e razionalista. Cazzo!" Tiro il fiato, tiro altre tre bestemmie e oso guardarmi il pollice: l'unghia è già quasi interamente nera. "Merda!", sìbilo. Ciao ciao chitarre per una settimana.

"Chiaro che sono ateo, ma l'esserlo è solo una conseguenza. Non ho studiato per diventare ateo, e non avevo l'obiettivo di diventarlo. Sono diventato ateo leggendo altra roba, ok? Incidentalmente. Astronomia, biologia, fisica, chimica e geologia non hanno lo scopo di negare l'esistenza di una divinità. Eppure, incidentalmente, nel loro complesso la negano, quell'esistenza. E se ne sbattono pure, ok?". Barcollo verso il lavandino del bagno, apro l'acqua fredda e ci metto sotto il pollice. Quello si mette a fare ancora più male, quindi ribestemmio. Sto così per un po', cambiando ogni tanto divintà.

"Comunque non credi in Dio", mi dice lui, che mi ha seguito e si sta godendo la scena dell'ateo sofferente con la mano al fresco.

Eccone un altro, penso, e chiudo l'acqua. "No", dico io asciugandomi con delicatezza la mano. Muovo il pollice: fratture non dovrei averne. Il dolore un po' è diminuito. "Così come non credo agli unicorni, alle fate del bosco, agli gnomi e ai semidei umanoidi che sarebbero nati sulla terra, da madre umana e padre divino, e che avrebbero compiuto imprese straordinarie, per poi diventare a propria volta una divinità", dico mentre vado in cucina, prendo un ghiacciolo, lo avvolgo in un tovagliolo e me lo piazzo sul dito. Lui mi guarda male. "Sto parlando di Ercole", preciso. E lui mi guarda peggio, perché ha capito che lo sto coglionando.

"Se non credi in Dio, perché bestemmi?", mi chiede con l'aria di quello che ha appena calato sul tavolo una scala reale.

"Perché mi sono tirato una martellata sul dito", dico io."Martellata sul dito, testata contro uno stipite, mignolino contro il comodino, tibia contro spigolo di un gradino in cemento... sono tutte situazioni da bestemmia. Sono situazioni in cui la bestemmia è appropriata, consona, liberatoria".

"No", mi dice lui, "non è quello che intendevo. Non il motivo per il quale bestemmi, non la martellata o la testata. Volevo chiederti: perché bestemmi un dio che non credi che esista? Non ti sembra una cosa stupida da fare? Voglio dire: sei così razionale su tutto, perché nella bestemmia diventi irrazionale, e ti rivolgi ad un dio che secondo te non esiste?". La sua faccia a questo punto ha assunto l'espressione di chi ha fatto scacco matto e scala reale mandando in bancarotta gli altri a Monopoli.

"Hai presente cos'è un meme culturale?"
"I meme quelli che girano in rete?"
Faccio segno di no.

"Il meme culturale è l'equivalente culturale del gene in biologia. Il meme è un'informazione che si trasmette culturalmente di generazione in generazione, attecchendo durante i primi anni dell'infanzia. Dawkins faceva l'esempio del "non ci si avvicina ai serpenti" e "non si gioca vicino ai burroni". Sono informazioni che il bambino deve prendere per buone, senza potersi permettere il lusso di sperimentarne sulla propria pelle gli effetti della loro non osservanza, perché altrimenti rischierebbe di morire: per il morso del serpente o per essere precipitato giù da un burrone. Ok?"

"Cazzo c'entra col fatto che sei ateo e bestemmi?"

Sospiro: "C'entra, c'entra, aspetta. Tornando al meme culturale: mio padre era un ateocomunista sardo. Usava prevalentemente la stessa bestemmia, ma riusciva a declinarla in decine di sfumature diverse, ognuna adeguata alla situazione: tuo figlio (io, sì) dà fuoco per sbaglio al contenitore della carta riciclata, roba che i pompieri ci hanno dovuto lavorare per una mezz'ora? Bestemmia soffiata, rassegnata, a spalle (e palle) cascanti. Significato: mio figlio è un idiota, e io non ci posso fare niente. Il Torres perde in casa col Casarano, dicendo addio ad ogni speranza di poter abbandonare la serie C2? Bestemmia da disillusione. Mormorata. Significato: ci ho sperato, ci ho voluto credere, ed è andata male, uffa. Sono un po' triste. Ti tiri una martellata sul dito? Bestemmia soffocata, ansimante, recriminante. Significato: ma perchéccazzo non sono stato più attento? Fa malissimo ed è tutta colpa mia, e non posso prendermela con nessun altro se non con  me stesso, perché sono stato io ad essermi tirato una martellata sul dito DA SOLO, bestemmia bestemmia bestemmia. Riconosci? Hai appena visto la mia versione della bestemmia da martellata sul dito, e credo che mio padre non l'avrebbe fatta in maniera molto diversa. Ecco, le bestemmie di mio padre sono, per me, un meme culturale. Esprimono una condizione, una emozione. Emergono da sole quando il contesto le richiede, e hanno un significato che è completamente disancorato da quello che letteralmente significano. Quando bestemmio non sto pensando che dio esiste davvero e che somiglia ad un suino: quando tu dai del figlio di puttana a qualcuno non stai davvero sostenendo che la sua mamma è una meretrice, no? Quel che significa quel "figlio di puttana" dipende dal contesto. Magari è uno che ha appena fatto un gol spettacolare fregando mezza difesa avversaria e palleggiando di spalla prima di chiudere in rovesciata e infilarla nel sette. E in quel caso il tuo "figlio di puttana" avrebbe un tono incredulo e ammirato. O magari è uno che ha impiccato il tuo cane e poi ne ha abusato sessualmente in diretta internette: figlio di puttana lo stesso, ma significato completamente diverso, ok? Le imprecazioni sono cultura. Le bestemmie sono cultura. Sono frasi idiomatiche che esprimono una larga gamma di sentimenti, emozioni e stati d'animo, e vi ricorriamo automaticamente, perché fanno parte della nostra programmazione di base. Si sta alla larga dai serpenti, non si gioca vicino ai burroni, e dioporco mi sono tirato una martellata sul dito, chiaro?"


"Tu sei il diavolo", mi ha detto lui.

venerdì 14 ottobre 2016

L'ultima domanda dell'esame di maturità (Dario Fo).

Ho sostenuto l'esame di maturità a ventuno anni suonati. La mia carriera scolastica non è stata delle migliori. Avevo i miei problemi, al tempo. Avevo cambiato scuola in prima superiore, e avevo perso un anno. E insomma, questo ci sta, dai. Negli anni seguenti ero stato rappresentante in consiglio d'istituto. Per quattro anni. Membro della consulta provinciale degli studenti, membro della consulta regionale. Giornalisti che chiamavano a casa e chiedevano a mia madre di poter parlare con me, e quella poveretta si tormentava chiedendosi cosa avessi combinato ancora una volta. Avevo viaggiato a spese del ministero della pubblica istruzione per partecipare a congressi, dormito a sbafo in hotel a quattro stelle (!!!) a diciassette anni, e partecipato ad interminabili incontri con presidi, provveditori, funzionari del ministero. Mi piaceva impegnarmi. Mi piaceva sentirmi dire che ero un ragazzo sveglio. Cercavo di fare del mio meglio.
Poi le cose sono andate a puttane, in un momento imprecisato tra il 1995 e il 1996 (balle: so esattamente quando sono andate a puttane, ma non è il momento per scriverne), e durante il quarto anno non ho fatto praticamente niente per evitare di farmi bocciare. Il voto di condotta (complici manifestazioni, autogestioni e contrapposizioni anche accesissime con alcuni docenti) aveva giocato il suo ruolo. Il fatto che in quel momento non  me ne fregasse semplicemente un cazzo dà un'idea di quanto possa essere coglione uno a quell'età. Ero arrabbiato, e in quegli anni la rabbia era fine a sé stessa.
Ero arrivato in quinta con la fama comprovata del rompicoglioni consolidato, ed ero stato ammesso agli esami di maturità con il giudizio più basso fra tutti gli studenti (appena sufficiente). Al tempo la commissione esaminatrice - a parte il famigerato membro interno, che nel caso specifico era la mia docente di inglese - era esterna, presieduta da un presidente esterno: non mi conosceva nessuno, insomma, e hanno dovuto valutarmi sulla base del mio orribile curriculum e sulla base delle prove scritte e orali che avevo sostenuto. E quindi l'ho sfangata: mi sono diplomato con 54/60. Per dire: la secchiona della classe è riuscita a strappare giusto un 50/60. L'ultima volta che l'ho vista, davanti ai tabelloni dei risultati, piangeva. Un po' mi spiace, ma non è colpa mia se lei aveva sempre studiato come una fogna, senza mai capire un cazzo. Io non studiavo granché, ma ragionavo. E soprattutto avevo l'abitudine di leggere voracemente praticamente tutto quello che mi passava sottomano. Quello era un esame di maturità, ed io ero maturo. Quasi marcio, direi.

E Dario Fo? Cosa c'entra con questo pacco  qui sopra?

C'entra, c'entra.

I commissari esterni mi avevano interrogato sulle due materie. La seconda era letteratura. Quando il docente aveva finito di farmi le solite domande su Foscolo e Leopardi (francamente non ricordo cosa mi avesse chiesto, ma insomma, più o meno...) il presidente della commissione mi aveva fatto l'ultima domanda: so che non è compreso nel programma, ma vorrei sapere che cosa ne pensa del nobel a Dario Fo.

Avete presente quando crolla una diga? Ecco. Io Dario Fo lo adoravo. Non l'ho mai visto dal vivo, ma l'ho letto molto. Ripetutamente. Ho parlato per un quarto d'ora. Ho parlato di Franca Rame e del peso del suo lavoro sull'opera di Fo. Ho sostenuto che la grandezza del Fo attore costringe gli attori che mettono in scena le sue  opere a scimmiottarlo, il più delle volte maldestramente. Ho sostenuto che il nobel premiasse l'artista inimitabile, dall'enorme talento istrionico, più che l'autore di prosa. Ho sostenuto che il nobel fosse andato a premiare l'uomo che era riuscito ad usare l'arte del teatro per costruire consapevolezza sociale, politica e culturale nel pubblico, andando a demolire, coprendole di ridicolo, le ottuse operazioni di propaganda religiosa e di stato (morte accidentale di un anarchico e mistero bufo su tutte).

Immagino che al presidente la mia opinione non sia dispiaciuta. 54/60, ripeto. E partivo da appena sufficiente.

Grazie, Dario, e addio.



giovedì 19 maggio 2016

La rabbia.

Il mio lavoro è un casino. Premessa necessaria. Col fatto che è un casino intendo dire che è un casino. Fare il mio lavoro vuol dire trovarsi in situazioni tesissime, drammatiche, a forte impatto emotivo. Avete mai preso in mano il cadavere di un bambino di quattro anni accoltellato dalla madre? Io sì. E ho pianto, perché lì non c'è distacco professionale che tenga, gente. Ogni tanto qualcosa ti tocca, e tu vacilli. Ti chiedi se vuoi davvero continuare a farlo. A volte ti chiedi se PUOI, continuare a farlo. Se ne vale la pena, continuare a farlo. Vita sociale a puttane, bioritmi sfasati da multiple notti di lavoro consecutive, salari ignobili, malati deliranti che ti graffiano, mordono e picchiano mentre cerchi di continuare a farli respirare, gravose responsabilità, grande carico di lavoro, dato che dobbiamo sostituire in tutto anche le figure di supporto che sono ovunque scarse o inesistenti, zero prospettive di carriera. Domani, a quest'ora, avrò finito di trascorrere in rianimazione il mio settimo giorno di lavoro consecutivo, 56 ore totali. Il mio contratto dice 36.
Ho 39 anni, mal di schiena, male alle ginocchia, sono insonne, mangio spessissimo una sola volta al giorno, per la gioia della mia gastrite e delle mie due fottute ulcerette esofagee. Quando sei dentro ad un frullatore è inutile cercare di mettere ordine. Mangio quando ho fame, dormo quando ho sonno. Se sto lavorando ed ho sonno, invece, caffè. Tanto. Sempre sia lodato.

Ecco, questa era la premessa: sono stressato (sempre), stanco (spesso), e a tratti demotivato (a tratti, giusto).

Rabbia, dunque. Se c'è qualcosa che si sposa in maniera sublime con stress, stanchezza e demotivazione è la rabbia, cazzo. Di quella che esplode senza grande preavviso, acuta e impotente, quindi frustrata, spesso recriminante.

Ci sono periodi buoni e periodi meno buoni, e in genere in quelli meno buoni mi capita di perdere la calma e girare l'interruttore "voce" da "serio professionista empatico ed affabile" a "cantante rock incazzato". Sono due voci molto, molto diverse. E sono tutt'e due profondamente mie. La seconda fa la sua discreta figura, in quei pochi, piccoli locali brianzoli che ancora hanno il coraggio di far suonare gruppi rock che osano mettere in scaletta un 80% di sconosciutissimi pezzi propri. Devo ammettere che suona però essere profondamente fuori luogo in una rianimazione. Perché purtroppo i cantanti, anche quelli non straordinari, sanno come dare volume, e a volte la cosa ci scivola un po' di mano, e ci ritroviamo a sommergere di decibel che neanche Dallara.
Nel corso degli anni mi è capitato di usare quella voce durante discussioni con colleghi, personale di supporto, coordinatori infermieristici, responsabili di area dipartimentale, medici, tecnici, "primari" di reparto e - due volte, perché sono recidivo - direttori di dipartimento.
Mi arrabbio. Non offendo, perché offendere è stupido (e anche pericoloso). Ma qualche volta impreco, anche di brutto. Non è tanto quel che dico: se lo dicessi usando la voce uno (serio professionista empatico e affabile) suonerebbe persino ragionevole, cazziemmerde a parte. E' che porcaputtana, lo sparo a palla. Va oltre le mie intenzioni, giuro. Ma mi accorgo che sto praticamente gridando solo quando ormai lo sto già facendo da un po'. E a quel punto continuo, checcazzo: non posso mica tornare giù di due ottave (e ottanta decibel) a metà frase. QUELLO CHE STO DICENDO, E TE LO DICO DA ANNI, E' CHE ABBIAMO QUESTI PROBlemi perché non abbiamo personale di supporto. Visto? Decrescente non ha senso.  Mi dimentico per un attimo che attorno a me ci sono esseri umani in precario equilibrio emodinamico, sparo i miei decibel, e quelli vedono un pazzo che urla. E sentono che grida qualcosa sul fatto che lui ha bisogno di supporto. Per quel che ne sanno loro, supporto psicologico o psichiatrico, direi. Quello stesso pazzo che urla, dieci minuti dopo, ha girato l'interruttore sulla voce uno (serio professionista eccetera), impugna una siringa e si avvicina al malato mostrandogliela. A quel punto il malato si ipertende, chiaro.

Ora: a me fare la figura del pazzo non piace, davvero. E mettere a dura prova le anastomosi che il chirurgo ha confezionato sulle coronarie del malato mi piace ancora meno. Quindi in genere, dopo aver sbroccato in reparto (mi capita circa due volte l'anno) passo alcuni giorni a tormentarmi per quanto sono stato coglione.

E' che sono stanco e stressato, e a volte demotivato. E a volte m'incazzo, gente. Scusatemi, ecco.

mercoledì 6 aprile 2016

La Piramide (the 99%) - [post di assoluti cazzi miei]

Come dice il titolo qui sopra, questo è un post di assoluti cazzi miei. Sono possibili (anzi, direi plausibili) divagazioni apparentemente prive di senso, ma di fondo tutto gira attorno ad un fatto di cronaca (a riguardo del quale forse più sotto mi ricorderò di mettere un link. Forse.) e ad una canzone, scritta un annetto fa, che abbiamo finito di registrare in questi giorni (io mi sono occupato, nell'ordine, di cercare una melodia cantata che poggiasse sul pezzo di chitarra che Andre aveva registrato e inviato al gruppo, scriverci sopra un testo che cercasse di avere un significato, e smarmellare la mia Tele a panno di daino durante le prove e i concerti. Ho specificato "durante le prove e i concerti" perché lì Andre non può suonare tutte e due le chitarre, non ha mica quattro braccia. Quando si registra però non ci sono limiti, e infatti ha inciso tipo ventordici tracce di chitarra, e abbiamo dovuto picchiarlo per farlo smettere.

Scherzo. Ci pesterebbe tutti e tre, credo.

Comunque. La canzone, appunto, si intitola "La Piramide (the 99%)", e il testo cerca di dire che non c'è niente da fare, signori: quella della piramide è la struttura che caratterizza e ha caratterizzato praticamente ogni società umana, da sempre. C'erano i servi della gleba, che lavoravano in cambio della mera sussistenza? Oggi abbiamo gli schiavi del mercato, i lavoratori poveri, che lavorano per la mera sussistenza. C'erano gli imperatori e i vassalli? Oggi ci sono i grandi del mercato. E abbiamo le leggi, del mercato. Il che spiega la presenza degli schiavi, del mercato. E spiega la presenza di un piccolo, splendente 1% apicale che regna sempre. Che ci sia guerra o che ci sia pace, che ci sia prosperità o che ci sia carestia, che si viva in una società tecnologica o che si viva in una società arcaica, quell'1% possiede sempre una fetta impressionante del tutto, quale che sia il valore che si attribuisce a quel "tutto".

E noi, il 99?
Noi facciamo quello che è proprio della nostra razza. Quello che da sempre ha caratterizzato ogni impero: lavoriamo per la piramide, dentro la piramide, e non la vediamo nemmeno.

Con tutto il coraggio che abbiamo
con tutta la forza che abbiamo
con tutte le cose stupende
che forse un domani faremo
Con tutto il coraggio che abbiamo
restiamo in disparte a guardare
che non ce ne importa, c'è il mutuo, c'è il pane
c'è da lavorare
c'è da guadagnare
c'è molto da fare.

Il tutto rock, con influenze reggae nella prima parte. E un bridge (il testo è quello qui sopra) che mi piace moltissimo.

Ecco. Mi piace moltissimo.

La buona notizia è che a quasi 39 anni ho ancora voglia di scrivere canzoni, di tirarmi fuori di casa e fare le prove sino a mezzanotte, tornare a casa almeno all'una e, Anubi Marcio, prendere con filosofia il fatto che il giorno dopo la sveglia suonerà alle cinque e mezza del mattino.
La cattiva è che, se a vent'anni non riuscivo a scrivere canzoni che non fossero intrise di pessimismo post adolescenziale, a quasi 39 non riesco a scrivere canzoni che non siano intrise della disperata disillusione dell'adulto.

Scherzo. Non ho mai smesso di scrivere minchiate, ma quelle sono un'altra cosa. Cantare

"Ho i genitali penduli
Lo so che sono splendidi
Ed anche molto erotici:
Li ha progettati Iddio, li disegnò proprio così.

Ma pur essendo splendidi
I genitali penduli
han la tendenza a pendere
e quel che pende prende dentro, e Dio vuole così"

va bene ad ogni età. La canzone si intitola "Genitali Penduli", e mi fu inspirata da un incidente occorsomi quattro anni fa mentre cercavo di usare un lavandino per lavarmi il culo (barbari, quei popoli che misconoscono il sacro rituale della lavata di culo post defecazione). Voglio dire, ero già un disilluso trentacinquenne, ma lo spazio per le minchiate l'ho sempre avuto.

Tipo:

"Io ti amo e non lo nego
non potrei farti del male
ma ora spogliati, ti prego, o comincio a urlare
e a gridare",

seguita dal magnifico ritornello

"E allora mettila sul sesso
ora donami un amplesso
poi ritornerò di nuovo
dolce e buono come sono".

Ecco, questa l'ho scritta a diciotto anni. Ma è un evergreen. Va bene ad ogni età. A diciotto anni ero intimamente convinto di essere uno sfigato di proporzioni indicibili. Ma avevo spazio per le minchiate, e il testo qui sopra lo dimostra direi egregiamente. Non mi ero ancora accorto che il mondo fosse pieno di esseri umani di sesso femminile disposte a scoparmi, ed ero segretamente convinto che sarei morto vergine, frustrato da limoni infiniti che non arrivavano mai al Tanto Agognato Pompino. Poi ho fatto l'animatore in un villaggio turistico, e ho fornicato più in quei quattro mesi che in qualsiasi altro periodo della mia vita. Per quanto prediligessi le coetanee (che però potevano mandarti in bianco), scoprii presto che belle e simpatiche signore in vacanza col bimbo e col marito in città (cioè navi scuola dalla notevole esperienza e con una voglia di carne fresca da far spavento) potevano regalare ricordi (tuttora, un paio di volte ho creduto di morire) indelebili. Ma a quel punto la canzone (che è ovviamente demenziale, e che contiene perle tipo "non lo senti tu il richiamo? E' normale, essere umano... ano ... ano") era stata scritta, e lì è rimasta. Per fortuna non la conosce nessuno, perché un po' me ne vergogno anche.

Tornando a La Piramide: dicevo, l'abbiamo finita di registrare in questi giorni. Dato che l'ultima volta abbiamo bruciato quattro ore di sala prove (nel pomeriggio ho cominciato a starnutire. Voce nasale, registrazione inascoltabile) abbiamo rifatto le voci a casa mia, giù nella stanzamarcia-tavernetta dalla quale scrivo. Ho urlato un po', ma i vicini non si sono lamentati. Non ancora, quantomeno.
Tra un paio di mesi, quando Andre avrà finito di smanettarci, tornando su questa pagina dovreste persino riuscire ad ascoltarla.

Ah. Il fatto di cronaca, che tira in ballo qualche membro di quell'1%: da Repubblica e da Il Fatto.

Fine divagazione.