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venerdì 14 ottobre 2016

L'ultima domanda dell'esame di maturità (Dario Fo).

Ho sostenuto l'esame di maturità a ventuno anni suonati. La mia carriera scolastica non è stata delle migliori. Avevo i miei problemi, al tempo. Avevo cambiato scuola in prima superiore, e avevo perso un anno. E insomma, questo ci sta, dai. Negli anni seguenti ero stato rappresentante in consiglio d'istituto. Per quattro anni. Membro della consulta provinciale degli studenti, membro della consulta regionale. Giornalisti che chiamavano a casa e chiedevano a mia madre di poter parlare con me, e quella poveretta si tormentava chiedendosi cosa avessi combinato ancora una volta. Avevo viaggiato a spese del ministero della pubblica istruzione per partecipare a congressi, dormito a sbafo in hotel a quattro stelle (!!!) a diciassette anni, e partecipato ad interminabili incontri con presidi, provveditori, funzionari del ministero. Mi piaceva impegnarmi. Mi piaceva sentirmi dire che ero un ragazzo sveglio. Cercavo di fare del mio meglio.
Poi le cose sono andate a puttane, in un momento imprecisato tra il 1995 e il 1996 (balle: so esattamente quando sono andate a puttane, ma non è il momento per scriverne), e durante il quarto anno non ho fatto praticamente niente per evitare di farmi bocciare. Il voto di condotta (complici manifestazioni, autogestioni e contrapposizioni anche accesissime con alcuni docenti) aveva giocato il suo ruolo. Il fatto che in quel momento non  me ne fregasse semplicemente un cazzo dà un'idea di quanto possa essere coglione uno a quell'età. Ero arrabbiato, e in quegli anni la rabbia era fine a sé stessa.
Ero arrivato in quinta con la fama comprovata del rompicoglioni consolidato, ed ero stato ammesso agli esami di maturità con il giudizio più basso fra tutti gli studenti (appena sufficiente). Al tempo la commissione esaminatrice - a parte il famigerato membro interno, che nel caso specifico era la mia docente di inglese - era esterna, presieduta da un presidente esterno: non mi conosceva nessuno, insomma, e hanno dovuto valutarmi sulla base del mio orribile curriculum e sulla base delle prove scritte e orali che avevo sostenuto. E quindi l'ho sfangata: mi sono diplomato con 54/60. Per dire: la secchiona della classe è riuscita a strappare giusto un 50/60. L'ultima volta che l'ho vista, davanti ai tabelloni dei risultati, piangeva. Un po' mi spiace, ma non è colpa mia se lei aveva sempre studiato come una fogna, senza mai capire un cazzo. Io non studiavo granché, ma ragionavo. E soprattutto avevo l'abitudine di leggere voracemente praticamente tutto quello che mi passava sottomano. Quello era un esame di maturità, ed io ero maturo. Quasi marcio, direi.

E Dario Fo? Cosa c'entra con questo pacco  qui sopra?

C'entra, c'entra.

I commissari esterni mi avevano interrogato sulle due materie. La seconda era letteratura. Quando il docente aveva finito di farmi le solite domande su Foscolo e Leopardi (francamente non ricordo cosa mi avesse chiesto, ma insomma, più o meno...) il presidente della commissione mi aveva fatto l'ultima domanda: so che non è compreso nel programma, ma vorrei sapere che cosa ne pensa del nobel a Dario Fo.

Avete presente quando crolla una diga? Ecco. Io Dario Fo lo adoravo. Non l'ho mai visto dal vivo, ma l'ho letto molto. Ripetutamente. Ho parlato per un quarto d'ora. Ho parlato di Franca Rame e del peso del suo lavoro sull'opera di Fo. Ho sostenuto che la grandezza del Fo attore costringe gli attori che mettono in scena le sue  opere a scimmiottarlo, il più delle volte maldestramente. Ho sostenuto che il nobel premiasse l'artista inimitabile, dall'enorme talento istrionico, più che l'autore di prosa. Ho sostenuto che il nobel fosse andato a premiare l'uomo che era riuscito ad usare l'arte del teatro per costruire consapevolezza sociale, politica e culturale nel pubblico, andando a demolire, coprendole di ridicolo, le ottuse operazioni di propaganda religiosa e di stato (morte accidentale di un anarchico e mistero bufo su tutte).

Immagino che al presidente la mia opinione non sia dispiaciuta. 54/60, ripeto. E partivo da appena sufficiente.

Grazie, Dario, e addio.



giovedì 19 maggio 2016

La rabbia.

Il mio lavoro è un casino. Premessa necessaria. Col fatto che è un casino intendo dire che è un casino. Fare il mio lavoro vuol dire trovarsi in situazioni tesissime, drammatiche, a forte impatto emotivo. Avete mai preso in mano il cadavere di un bambino di quattro anni accoltellato dalla madre? Io sì. E ho pianto, perché lì non c'è distacco professionale che tenga, gente. Ogni tanto qualcosa ti tocca, e tu vacilli. Ti chiedi se vuoi davvero continuare a farlo. A volte ti chiedi se PUOI, continuare a farlo. Se ne vale la pena, continuare a farlo. Vita sociale a puttane, bioritmi sfasati da multiple notti di lavoro consecutive, salari ignobili, malati deliranti che ti graffiano, mordono e picchiano mentre cerchi di continuare a farli respirare, gravose responsabilità, grande carico di lavoro, dato che dobbiamo sostituire in tutto anche le figure di supporto che sono ovunque scarse o inesistenti, zero prospettive di carriera. Domani, a quest'ora, avrò finito di trascorrere in rianimazione il mio settimo giorno di lavoro consecutivo, 56 ore totali. Il mio contratto dice 36.
Ho 39 anni, mal di schiena, male alle ginocchia, sono insonne, mangio spessissimo una sola volta al giorno, per la gioia della mia gastrite e delle mie due fottute ulcerette esofagee. Quando sei dentro ad un frullatore è inutile cercare di mettere ordine. Mangio quando ho fame, dormo quando ho sonno. Se sto lavorando ed ho sonno, invece, caffè. Tanto. Sempre sia lodato.

Ecco, questa era la premessa: sono stressato (sempre), stanco (spesso), e a tratti demotivato (a tratti, giusto).

Rabbia, dunque. Se c'è qualcosa che si sposa in maniera sublime con stress, stanchezza e demotivazione è la rabbia, cazzo. Di quella che esplode senza grande preavviso, acuta e impotente, quindi frustrata, spesso recriminante.

Ci sono periodi buoni e periodi meno buoni, e in genere in quelli meno buoni mi capita di perdere la calma e girare l'interruttore "voce" da "serio professionista empatico ed affabile" a "cantante rock incazzato". Sono due voci molto, molto diverse. E sono tutt'e due profondamente mie. La seconda fa la sua discreta figura, in quei pochi, piccoli locali brianzoli che ancora hanno il coraggio di far suonare gruppi rock che osano mettere in scaletta un 80% di sconosciutissimi pezzi propri. Devo ammettere che suona però essere profondamente fuori luogo in una rianimazione. Perché purtroppo i cantanti, anche quelli non straordinari, sanno come dare volume, e a volte la cosa ci scivola un po' di mano, e ci ritroviamo a sommergere di decibel che neanche Dallara.
Nel corso degli anni mi è capitato di usare quella voce durante discussioni con colleghi, personale di supporto, coordinatori infermieristici, responsabili di area dipartimentale, medici, tecnici, "primari" di reparto e - due volte, perché sono recidivo - direttori di dipartimento.
Mi arrabbio. Non offendo, perché offendere è stupido (e anche pericoloso). Ma qualche volta impreco, anche di brutto. Non è tanto quel che dico: se lo dicessi usando la voce uno (serio professionista empatico e affabile) suonerebbe persino ragionevole, cazziemmerde a parte. E' che porcaputtana, lo sparo a palla. Va oltre le mie intenzioni, giuro. Ma mi accorgo che sto praticamente gridando solo quando ormai lo sto già facendo da un po'. E a quel punto continuo, checcazzo: non posso mica tornare giù di due ottave (e ottanta decibel) a metà frase. QUELLO CHE STO DICENDO, E TE LO DICO DA ANNI, E' CHE ABBIAMO QUESTI PROBlemi perché non abbiamo personale di supporto. Visto? Decrescente non ha senso.  Mi dimentico per un attimo che attorno a me ci sono esseri umani in precario equilibrio emodinamico, sparo i miei decibel, e quelli vedono un pazzo che urla. E sentono che grida qualcosa sul fatto che lui ha bisogno di supporto. Per quel che ne sanno loro, supporto psicologico o psichiatrico, direi. Quello stesso pazzo che urla, dieci minuti dopo, ha girato l'interruttore sulla voce uno (serio professionista eccetera), impugna una siringa e si avvicina al malato mostrandogliela. A quel punto il malato si ipertende, chiaro.

Ora: a me fare la figura del pazzo non piace, davvero. E mettere a dura prova le anastomosi che il chirurgo ha confezionato sulle coronarie del malato mi piace ancora meno. Quindi in genere, dopo aver sbroccato in reparto (mi capita circa due volte l'anno) passo alcuni giorni a tormentarmi per quanto sono stato coglione.

E' che sono stanco e stressato, e a volte demotivato. E a volte m'incazzo, gente. Scusatemi, ecco.

mercoledì 6 aprile 2016

La Piramide (the 99%) - [post di assoluti cazzi miei]

Come dice il titolo qui sopra, questo è un post di assoluti cazzi miei. Sono possibili (anzi, direi plausibili) divagazioni apparentemente prive di senso, ma di fondo tutto gira attorno ad un fatto di cronaca (a riguardo del quale forse più sotto mi ricorderò di mettere un link. Forse.) e ad una canzone, scritta un annetto fa, che abbiamo finito di registrare in questi giorni (io mi sono occupato, nell'ordine, di cercare una melodia cantata che poggiasse sul pezzo di chitarra che Andre aveva registrato e inviato al gruppo, scriverci sopra un testo che cercasse di avere un significato, e smarmellare la mia Tele a panno di daino durante le prove e i concerti. Ho specificato "durante le prove e i concerti" perché lì Andre non può suonare tutte e due le chitarre, non ha mica quattro braccia. Quando si registra però non ci sono limiti, e infatti ha inciso tipo ventordici tracce di chitarra, e abbiamo dovuto picchiarlo per farlo smettere.

Scherzo. Ci pesterebbe tutti e tre, credo.

Comunque. La canzone, appunto, si intitola "La Piramide (the 99%)", e il testo cerca di dire che non c'è niente da fare, signori: quella della piramide è la struttura che caratterizza e ha caratterizzato praticamente ogni società umana, da sempre. C'erano i servi della gleba, che lavoravano in cambio della mera sussistenza? Oggi abbiamo gli schiavi del mercato, i lavoratori poveri, che lavorano per la mera sussistenza. C'erano gli imperatori e i vassalli? Oggi ci sono i grandi del mercato. E abbiamo le leggi, del mercato. Il che spiega la presenza degli schiavi, del mercato. E spiega la presenza di un piccolo, splendente 1% apicale che regna sempre. Che ci sia guerra o che ci sia pace, che ci sia prosperità o che ci sia carestia, che si viva in una società tecnologica o che si viva in una società arcaica, quell'1% possiede sempre una fetta impressionante del tutto, quale che sia il valore che si attribuisce a quel "tutto".

E noi, il 99?
Noi facciamo quello che è proprio della nostra razza. Quello che da sempre ha caratterizzato ogni impero: lavoriamo per la piramide, dentro la piramide, e non la vediamo nemmeno.

Con tutto il coraggio che abbiamo
con tutta la forza che abbiamo
con tutte le cose stupende
che forse un domani faremo
Con tutto il coraggio che abbiamo
restiamo in disparte a guardare
che non ce ne importa, c'è il mutuo, c'è il pane
c'è da lavorare
c'è da guadagnare
c'è molto da fare.

Il tutto rock, con influenze reggae nella prima parte. E un bridge (il testo è quello qui sopra) che mi piace moltissimo.

Ecco. Mi piace moltissimo.

La buona notizia è che a quasi 39 anni ho ancora voglia di scrivere canzoni, di tirarmi fuori di casa e fare le prove sino a mezzanotte, tornare a casa almeno all'una e, Anubi Marcio, prendere con filosofia il fatto che il giorno dopo la sveglia suonerà alle cinque e mezza del mattino.
La cattiva è che, se a vent'anni non riuscivo a scrivere canzoni che non fossero intrise di pessimismo post adolescenziale, a quasi 39 non riesco a scrivere canzoni che non siano intrise della disperata disillusione dell'adulto.

Scherzo. Non ho mai smesso di scrivere minchiate, ma quelle sono un'altra cosa. Cantare

"Ho i genitali penduli
Lo so che sono splendidi
Ed anche molto erotici:
Li ha progettati Iddio, li disegnò proprio così.

Ma pur essendo splendidi
I genitali penduli
han la tendenza a pendere
e quel che pende prende dentro, e Dio vuole così"

va bene ad ogni età. La canzone si intitola "Genitali Penduli", e mi fu inspirata da un incidente occorsomi quattro anni fa mentre cercavo di usare un lavandino per lavarmi il culo (barbari, quei popoli che misconoscono il sacro rituale della lavata di culo post defecazione). Voglio dire, ero già un disilluso trentacinquenne, ma lo spazio per le minchiate l'ho sempre avuto.

Tipo:

"Io ti amo e non lo nego
non potrei farti del male
ma ora spogliati, ti prego, o comincio a urlare
e a gridare",

seguita dal magnifico ritornello

"E allora mettila sul sesso
ora donami un amplesso
poi ritornerò di nuovo
dolce e buono come sono".

Ecco, questa l'ho scritta a diciotto anni. Ma è un evergreen. Va bene ad ogni età. A diciotto anni ero intimamente convinto di essere uno sfigato di proporzioni indicibili. Ma avevo spazio per le minchiate, e il testo qui sopra lo dimostra direi egregiamente. Non mi ero ancora accorto che il mondo fosse pieno di esseri umani di sesso femminile disposte a scoparmi, ed ero segretamente convinto che sarei morto vergine, frustrato da limoni infiniti che non arrivavano mai al Tanto Agognato Pompino. Poi ho fatto l'animatore in un villaggio turistico, e ho fornicato più in quei quattro mesi che in qualsiasi altro periodo della mia vita. Per quanto prediligessi le coetanee (che però potevano mandarti in bianco), scoprii presto che belle e simpatiche signore in vacanza col bimbo e col marito in città (cioè navi scuola dalla notevole esperienza e con una voglia di carne fresca da far spavento) potevano regalare ricordi (tuttora, un paio di volte ho creduto di morire) indelebili. Ma a quel punto la canzone (che è ovviamente demenziale, e che contiene perle tipo "non lo senti tu il richiamo? E' normale, essere umano... ano ... ano") era stata scritta, e lì è rimasta. Per fortuna non la conosce nessuno, perché un po' me ne vergogno anche.

Tornando a La Piramide: dicevo, l'abbiamo finita di registrare in questi giorni. Dato che l'ultima volta abbiamo bruciato quattro ore di sala prove (nel pomeriggio ho cominciato a starnutire. Voce nasale, registrazione inascoltabile) abbiamo rifatto le voci a casa mia, giù nella stanzamarcia-tavernetta dalla quale scrivo. Ho urlato un po', ma i vicini non si sono lamentati. Non ancora, quantomeno.
Tra un paio di mesi, quando Andre avrà finito di smanettarci, tornando su questa pagina dovreste persino riuscire ad ascoltarla.

Ah. Il fatto di cronaca, che tira in ballo qualche membro di quell'1%: da Repubblica e da Il Fatto.

Fine divagazione.





domenica 28 febbraio 2016

Trecento euro al giorno.

Lui ha più o meno la mia età, ma questi quarant'anni scarsi se li trascina addosso davvero parecchio male.

Non gioca a favore del suo aspetto fisico il fatto che sia ancora gonfio come una zampogna, ma quella non è colpa sua, intendiamoci: non si esce benissimo da una endocardite batterica (cioè un'infezione dentro il cuore) che ti smangia via la valvola aortica e danneggia la valvola mitralica. Ecco, perché è ancora gonfio come una zampogna.

(attenzione: qui sotto un breve ma verboso spiegone - giuro, privo di tecnicismi - che potete saltare a piè pari)

La valvola sulla quale beatamente vegeta l'infezione non funziona più come dovrebbe, quindi la metà sinistra del cuore non riesce più a pompare nelle arterie tanto sangue quanto la metà destra ne pompa verso i polmoni. C'è un ingorgo, e questo innesca una valanga di casini. Per farla breve, i polmoni diventano via via pesanti come delle spugne bagnate, respirare diventa difficile, i piedi si gonfiano sino a sembrare dei cotechini, l'addome si gonfia di acqua, il gioco alterato delle pressioni all'interno delle camere cardiache va a pregiudicare il funzionamento della valvola mitralica, l'ingorgo nei polmoni conseguentemente peggiora, e a questo punto in genere si muore sputando schiuma rosa dalla bocca e dal naso, o il cuore si ferma all'improvviso, e tanti saluti.
Se non interviene Santa Scienza, intendo.
Perché quando Santa Scienza entra in campo le cose cambiano. Amo vivere nel ventunesimo secolo, gente.

(fine della roba inutile)

E certo non si esce, almeno nell'immediato, granché in forma da un intervento di sostituzione della valvola aortica con una protesi, più una plastica della valvola mitralica. Ne è uscito vivo, e tanto basta. Santa Scienza e Santissima Esperienza hanno guidato le mani dei medici dell'ospedale in cui è stata fatta la diagnosi, quelle di chi ci ha trasferito e portato vivo il malato, quelle dei chirurghi che lo hanno operato, quelle degli anestesisti che lo hanno mantenuto sedato e curarizzato - ma soprattutto vivo - prima, durante e dopo l'intervento, quelle dei perfusionisti in sala operatoria e quelle degli infermieri in sala e in rianimazione. Decine di professionisti hanno riversato contemporaneamente su di lui un cumulo complessivo spaventoso di Santissime Scienza & Esperienza, e quindi è vivo. Gonfio come una zampogna, dicevo, ma vivo.

Brutti tatuaggi irregolari sparsi un po' ovunque. Denti cariati e spazi vuoti si equivalgono, in bocca. Vene indurite sulle braccia, perché le pere, dice, e intende l'eroina in vena, se le è fatte solo per quattro mesi. Ma poi lo lasci parlare, e ti dice che lui in vena si è sempre fatto la cocaina. Che l'eroina ha cominciato ad usarla per rimettere i piedi a terra, perché cazzo, con la coca in vena vedi i draghi, vedi.
E' simpatico. Un disgraziato, ma è simpatico.
Penso al suo dosaggio di metadone, piuttosto elevato (non usa eroina da dicembre, dice, e la sua dose di metadone, dopo due mesi, è ancora di ottanta milligrammi al giorno), e dato che sono un figlio di puttana cerco di incastrarlo. Gli chiedo se davvero ha usato eroina per soli quattro mesi, e lui con aria innocente specifica che per quattro mesi si è fatto le pere. Ma che la fuma sulla stagnola da dieci anni.
E lì rido, e lui ride con me, ed è persino quasi un bel momento.
Gli chiedo se si disinfettava la pelle, prima di pungere. Lui dice di no. Gli dico che allora può anche darsi che il batterio che lo ha quasi ucciso sia entrato così, nel sangue. Lui mi dice che ha sempre usato siringhe pulite. Cioè, nuove, mi dice quando mi vede spalancare gli occhi sul "pulite". Perché intendiamoci: tutto ciò che non è sterile non è abbastanza pulito: si tratta di entrare in una vena, ideale terreno di coltura per batteri opportunisti che quando si ritrovano a sguazzare nel sangue fanno come i gremlins quando li bagni dopo mezzanotte. Gli dico che serve a poco, comunque, avere un ago sterile, quando è la pelle ad essere contaminata. Nel suo caso, contaminata da un batterio fecale. Che finché rimane nell'intestino non ci fa niente, e finché rimane sulla pelle neppure. Ma se si ritrova nel sangue sono cazzi acidi.
Finisce che gli insegno il modo giusto per disinfettarsi. Lui mi dice che tanto non si bucherà più. Ci mancherebbe altro, gli dico. Però gli spiego lo stesso, e lo faccio nell'ottica della riduzione del danno. Spero di no, ma giusto nel caso che, ecco.
Gli chiedo quanta ne usasse al giorno. Lui fa spallucce (tenta, di farlo, ma si ferma, perché si ricorda di avere lo sterno segato in due per il lungo e poi rimesso assieme da dei punti metallici) e dice boh, sui cinque grammi.
Minchia, dico io.
Cinque ma anche di più, dice lui. Quando ce l'hai te la spari finché non la finisci.
Spaventoso, dico io, che intanto cerco di calcolare quanta eroina al giorno fanno, cinque grammi di merda marroncina da strada, con tagli almeno del 60% con salcazzo cosa. Fa più o meno due grammi di eroina al giorno. Non male, se considerate che con meno di cinquanta milligrammi di morfina, che equivalgono a circa venti milligrammi di eroina, si può tenere a bada il dolore di un uomo di ottanta chili (che si sveglia con lo sterno aperto e ricucito, tre drenaggi che s'infilano tra le costole, un tubo in trachea, un sondino dal naso allo stomaco, un catetere nel pisello, un catetere in una arteria a piacere, eccetera eccetera) per 24 ore. Quindi circa venti milligrammi al giorno contro DUEMILA milligrammi al giorno. Rendo l'idea?

Tra coca e ero spendevo trecento euro al giorno, mi dice.
Si guarda le mani, poi guarda me, e mi dice che ha fatto fuori un patrimonio.
Io sono un ex contabile, e a questo punto ho già cercato di calcolare a mente quanto fa 300 euro per 365 giorni, ma ci ho già rinunciato. Comunque a spanne fa 110.000 euro.
Vivevo in un attico, mi dice.
Poi sono andato a vivere da un mio amico.
Poi lo hanno arrestato. E sono rimasto da solo a casa sua. E pensavo solo a farmi. Non mangiavo.
Poi ho tentato il suicidio bevendo tutto il metadone del mio amico, cinque boccette, ma mi sono solo addormentato.
(e ci credo, ho pensato io. Se io dovessi bere una sola boccetta probabilmente mi addormenterei, andrei in arresto respiratorio e tanti saluti, suicidio riuscito. Se uno si fa DUEMILA milligrammi di eroina al giorno (a star bassi) mi aspetto che seicentoventicinque milligrammi di metadone gli facciano giusto da ninna nanna).
Poi ha chiamato sua sorella, che se lo è preso in casa e lo ha portato al SERT. Ha cominciato col metadone, ma ogni tanto aveva i brividi, gli veniva la febbre. Poi sua sorella ha visto i piedi gonfi, e lo ha portato in ospedale.
Ringrazia tua sorella, gli dico.

Vi ringrazio tutti, mi dice lui, e ci tiene a stringermi la mano.



Ogni giorno ho a che fare con esseri umani che si trovano ad affrontare un periodo di estrema fragilità. I più, quando va tutto bene, hanno una vita alla quale tornare. E vogliono tornare a viverla, quindi sono motivati: prendono sul serio quel che gli si dice di fare, si impegnano nel farlo. Sono complianti, detto nell'orribile gergo ospedaliero.
Quando alla fragilità delle condizioni cliniche si sommano le fragilità psicologiche della persona, quando mancano le motivazioni che compensano il dolore fisico che inevitabilmente si deve sopportare durante le primissime fasi della riabilitazione (quando fa male tossire, quando fa male soffiare, quando fa male inspirare profondamente, quando si è stanchi e non si vuole stare seduti nel letto o in poltrona), il problema è quello di trovare una motivazione.
E non so dove e come un tossico che si è rovinato la vita, che si è giocato il lavoro e la casa, che si è rovinato economicamente, possa trovare la voglia e la forza di tornare a fare la propria vita, ma lui il modo lo ha trovato. Si vede.

Quindi faccio il tifo per lui, ecco.








giovedì 9 aprile 2015

Perché il reddito di cittadinanza è impossibile. In Italia, intendo.

Il reddito da lavoro in Italia è compresso verso il basso. Questo lo sanno tutti. Tutti quelli che lavorano, intendo. La forbice di reddito al primo impiego tra un operaio generico e un laureato ultraspecializzato si misura in qualche centinaia di euro: di solito per illustrarlo meglio ricorro a situazioni che conosco, finendo inevitabilmente col raccontare di quel mio lontano cugino che, occupandosi di raccolta differenziata di carta e cartone per una municipalizzata sarda, guadagna, con meno anzianità di servizio di quella che ho io, più di quanto riesca a guadagnare io, che ho una laurea di primo livello in infermieristica e lavoro su turni, anche notturni, in una rianimazione. Ma potremmo fare un esempio equipollente parlando di un metalmeccanico a 900 euro al mese e di un ingegnere pagato con la stessa cifra. Nel nostro paese il reddito medio dei salariati si assesta attorno ai 1.250 euro, quindi c'è poco da dire. Se non, forse, ribadire quella frase con la quale ho cominciato questo post: il reddito da lavoro, in Italia, è compresso verso il basso.

Perché è compresso verso il basso? Beh, questa è una domanda cui non sono in grado di dare una risposta semplice. Quindi proverò a dare una risposta articolata:

a) è basso perché dai primi anni ottanta è sparita la cosiddetta "scala mobile", cioè quel meccanismo previsto per legge che adeguava il potere d'acquisto dei salariati all'aumento del costo della vita. Questo sistema procurava inflazione, che andava recuperata con successivi adeguamenti dei salari, che però a loro volta producevano inflazione, e il sistema poteva reggere solo a patto di avere una moneta che poteva essere svalutata sui mercati internazionali. Fatta saltare la scala mobile da Craxi, il potere d'acquisto dei salariati italiani è crollato, e con esso l'inflazione (anche se fra le due cose naturalmente non c'è un nesso causa-effetto esclusivo);




b) è rimasto basso perché il paese, che è praticamente privo di risorse naturali, ricordiamocelo sempre, ha puntato a galleggiare sull'export. Da una parte, sino all'avvento della moneta unica europea, l'export è stato mantenuto competitivo grazie alla svalutazione della moneta; dall'altra si è contenuto il costo del lavoro riducendo il potere d'acquisto dei salariati, il che ha avuto un altro effetto positivo, diciamo così, sulla bilancia commerciale italiana: si sono contenuti infatti i consumi di beni importati (moneta svalutata + salari bassi = la roba prodotta all'estero e importata in Italia costava l'iraddiddio). Una manna per Mivar e Fiat, finché è durata. Perché poi è finita, lo sappiamo; 

c) è rimasto basso perché, a fronte della diminuzione costante del potere d'acquisto, le famiglie italiane hanno integrato il reddito lavorando di più per mantenere invariato il (magro) tenore di vita cui si erano abituate: là dove negli anni sessanta lavorava solitamente il solo capofamiglia, ora normalmente si lavora almeno in due, altrimenti si fa la fame, chiaro: sfido chiunque a mantenere una famiglia di tre persone, a Milano, affitto/mutuo compreso, con meno di 2.000 euro al mese. Ma lo stipendio medio è di 1.250 euro al mese. Quindi si deve lavorare ALMENO in due. Logico. 

Quindi: ci troviamo in un paese in cui l'instabile equilibrio viene mantenuto, a tutto vantaggio degli strati più abbienti della popolazione, grazie ai salari magri dei lavoratori. 

Ora, proviamo ad immaginare a cosa accadrebbe introducendo il reddito di cittadinanza. Prima di tutto, proviamo a quantificare quel reddito di cittadinanza: quanto dovrebbe avere una persona senza lavoro per vivere dignitosamente (e cioè andare a dormire in una cosa che almeno somigli ad una casa; poter riscaldare quella casa in maniera adeguata; potersi alimentare in maniera normale, lasciando da parte il caviale e i tartufi, certo, ma permettendo al disoccupato di assumere proteine animali a sufficienza)? Diciamo ottocento euro al mese? 400 di affitto (ma non in città), 100 di utenze varie a patto di risparmiare sul riscaldamento, e dieci euro al giorno per poter mangiare, non consideriamo l'abbigliamento. Diciamo ottocento euro al mese. No, anzi, stringiamo la cinghia e diciamo settecento, via. 

A questo punto si pone un problema.

Settecento euro al mese è più di quel che parecchi lavoratori guadagnino lavorando. Ne conosco personalmente alcuni, ed è vero che nel caso specifico si tratta di contratti part-time, ma ecco: in Italia ci sono lavoratori che, con il proprio lavoro, riuscirebbero a portare a casa un reddito inferiore a quello previsto come reddito di cittadinanza. Come la mettiamo?

'Spetta, sovviene un altro problema: il lavoro nero. In Italia ci sono decine di migliaia di lavoratori che lavorano in nero, quasi mai per libera scelta (è capitato anche a me: facevo il contabile, in nero. C'era la mia firma su centinaia di fatture, eppure ufficialmente io in quell'azienda brianzola non ci avevo mai messo piede. Il datore di lavoro mi aveva spiegato che purtroppo non mi poteva assumere perché non avevo ancora assolto gli obblighi di leva, e fatturando soltanto 60 miliardi di lire l'anno proprio non poteva correre il rischio di conservarmi il posto di lavoro mentre sgobbavo quasi a gratis per lo Stato) e indovinate un po'? Esatto: lavorando in nero spessissimo guadagnano molto meno di quel che abbiamo postulato come reddito minimo di cittadinanza. 

E a questo punto subentra un terzo problema: ma se ad un disoccupato dai settecento euro al mese, come puoi pretendere che un laureato in ingegneria accetti di lavorare 40 ore a settimana per novecento euro al mese? Semplice: non puoi, perché quello manderebbe a fare in culo lo sfruttatore che lo sottopaga e continuerebbe a cercare un lavoro pagato meglio finché le leggi glielo consentirebbero, continuando a percepire il reddito di cittadinanza. Al limite, esaurito il reddito di cittadinanza, farebbe quello che già oggi molti fanno: emigrerebbe, con tutte le sue competenze, e tanti saluti. 

Introdurre il reddito di cittadinanza comporterebbe, nel giro di qualche anno, un aumento dei salari dei lavoratori dipendenti, è questo l'indicibile problema principe: si instaurerebbe una dinamica speculare a quella scientemente introdotta nel paese negli ultimi trent'anni, complice il ricorso all'immigrazione (in termini economici, aumentare l'immigrazione significa ridurre il reddito medio, e non lo dico io, lo scrive l'economista Ha-Joon Chang in quel bel libro dal titolo oggettivamente orribile che è "23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo", Il Saggiatore, 2012), cioè il dumping salariale. 

Ora credo risulti più chiaro perché in Italia introdurre il reddito di cittadinanza è impossibile:

a) è impossibile perché farebbe saltare la politica di contenimento dei costi del lavoro, che nell'ottica neoliberista imperante deve essere considerato una merce come le altre;
b) è impossibile perché farebbe saltare la politica del dumping salariale strutturale, che ci tiene freneticamente impegnati a lavorare nella paura che qualcun altro possa soffiarci il posto;
c) è impossibile perché taglierebbe le zampe al nero, e questo è un paese che vive di nero, e in genere chi vive sfruttando il lavoro nero è forte, potente e solo parzialmente opera sottotraccia, mafie in testa;
d) è impossibile perché staccherebbe la lingua di milioni di disperati dal deretano di chi dispensa lavoro in cambio di voti, e quindi di potere, e che in nome di quel potere può dispensare lavoro, fosse anche solo in cambio di un pom*ino. 

Non è impossibile perché costa troppo. Lo so, tutti quelli che dicono che non si può fare dicono che costa troppo e non ci sono risorse sufficienti, ma lo dicono mentendo: lo Stato ha un bilancio annuale di 800 miliardi di euro, si fanno con leggerezza manovrine da venti miliardi a botta, si immolano decine di miliardi su TAV, MOSE, EXPO, F35, autostrade inutili, mondiali di nuoto con le piscine mai completate, italia90 con gli stadi mai completati, vertici del fu G8 alla Maddalena, tangenti ad ogni livello per ogni maledetta opera pubblica piccola e grande... ma proprio i soldi per il reddito di cittadinanza non si trovano, non si trovano, non ci SONO. 
Ci sono, ci sono. Allocarli sarebbe solo una scelta politica. Certo, non lo possono dire da Vespa o da Floris. Ma ci sono. 

E' che non vogliono allocarli.

Perché ci vogliono affannati, stanchi, disperati, arrabbiati con gli altri, chiunque siano, e in lotta fra di noi per un pezzo di pane.

Per questo il reddito di cittadinanza, in Italia, è impossibile. 









lunedì 26 maggio 2014

Grillo fa bene all'Italia.

Piccola, necessaria premessa: sono stato un grande fan del Grillo commediante. Ma adoravo anche Luttazzi, quindi non vuol dire. :-)

Seconda, necessaria premessa: non ho votato M5S. Nemmeno alle politiche dello scorso anno.

Sono di sinistra, di sinistra radicale, e quindi inevitabilmente deluso da sempre (cioè dal 1994, per questioni anagrafiche: avevo diciassette anni quando ho assistito alla caporetto della gioiosa macchina da guerra di Occhetto) da quel partito che un tempo fu di sinistra e adesso è il PD di Renzi.

La sinistra radicale è progressivamente quasi scomparsa di scena, tra ridicoli litigi su questioni di lana caprina e scissioni progressive, vendoliani che perdono nel congresso del proprio partito e se ne vanno sbattendo la porta (ennò porcaputtanaeva, se perdi NEL congresso del TUO partito rimani lì e cerchi di riguadagnarti la fiducia dei delegati, compagno dei miei stivali), comunisti rifondanti e comunisti italiani spaccati per sempre sul sostegno al governo Prodi e disperanti infortuni simili. Ai tempi dei girotondi, per dire, sarei già stato pronto a votare un movimento guidato da Nanni Moretti ("con questa classe dirigente non vinceremo mai", aveva detto, e tanto mi bastava, perché aveva maledettamente ragione).

Quando un altro artista che stimavo, Grillo, si è messo a fare casino prima col blog, e poi con i v-day in piazza, ho esultato. Ad un artista si permettono e si perdonano molte cose, quando parla da privato cittadino, senza incarichi politici. Uno in quelle condizioni ha il diritto di sfruttare la propria visibilità per gridare vaffanculo in maniera scomposta, se vuole farlo. Se poi quell'artista è un commediante che è abituato al linguaggio iperbolico della satira, gli si perdona praticamente di tutto. Voglio dire: Bill Hicks simulava sodomizzazioni seriali di "musicisti" che vendevano l'anima in cambio del successo. E lo adoro. Anche perché aveva ragione.

Ho cominciato a sperare che la pressione esercitata da Grillo, dal suo blog e dalle prime piazze stracolme di gente potesse portare i partiti a correggere almeno di un po' la rotta sciagurata che stavano seguendo. Grillo parlava di questioni assolutamente condivisibili. Con i suoi limiti, che sono evidenti (quando parla di informatica si vede lontano un miglio che in realtà non ci capisce un cazzo), ma limiti che è possibile tollerare in un comico che esprime il proprio impegno civico. Insomma, ero un grillino, nel senso che ero un sostenitore di Grillo.

Poi è nato M5S, e ho smesso di essere grillino. Perché vedete, io posso adorare un comico, e riesco a farlo anche se ha creduto in quella idiozia delle biowashball. Ma se lo stesso comico è il proprietario di una forza politica cambia tutto. Cambia perché fin dall'inizio è stato evidente che Grillo e il suo movimento non hanno un indirizzo politico condiviso con gli elettori, e spiego perché: io sono contrario alla TAV e all'acquisto degli F35, ok? Sono per la sanità e l'istruzione pubblica. Acqua pubblica, certo. No alla corruzione, ovvio. Ma una forza politica non può lasciare inevase certe questioni, dicendo "deciderà la rete". La decisione della rete è potenzialmente pericolosa quando ci sono di mezzo questioni fiscali, sanitarie, diplomatiche, riservate e via dicendo. Sono ateo, ma un mito antico (una roba astrusa che parla di un uomo semidio, figlio di una vergine ingravidata da uno spirito, che muore e poi ritorna in vita) racconta che il popolo, quando fu il momento di scegliere, scelse un tale Barabba.

Quindi lo scorso anno ho votato per Ingroia.
E quest'anno ho votato per la lista di Tsipras.

Io non sono per il voto utile. Cazzate antidemocratiche da pulsione maggioritaria: uno deve votare quel che più gli si avvicina, riservandosi di poter annullare la scheda se niente gli si avvicina.

Oggi, guardando i risultati, sono contento. E sono convinto che Grillo faccia bene all'Italia. Fa bene perché ha intercettato il dissenso di una larga fetta dell'elettorato che altrimenti non sarebbe rappresentato. Fa bene perché ha permesso a persone come Di Maio di entrare in parlamento e di aumentare ulteriormente la pressione sui partiti. Fa bene perché Grillo è molto meglio dei neonazisti e dei neofascisti, e i suoi supporter non sfasciano le vetrine e non danno fuoco alle auto della polizia. Fa bene perché comunque ha preso il 20%, e può continuare a tenere sul chi va là chi governa il paese, perché una forza del 20% pesa, è strutturale, e può pesare in positivo. Fa bene perché Renzi, che ha stravinto queste europee, ora sa che ha il sostegno popolare per "fare", ma sa anche che se non dovesse riuscire a "fare" il Movimento può tornare a ciucciargli voti.

Renzi ora cercherà, logicamente, di andare ad elezioni anticipate, magari in autunno. Ma intanto, se quello cui punta è il 40%, dovrà "fare", o quantomeno provarci. Questo paese ne ha un maledetto bisogno, quindi incrociamo le dita.


(PS: no, Renzi non lo voterò mai. Proprio no no no).

mercoledì 19 giugno 2013

Infermiere, dodici anni dopo.

Dodici anni fa, giovane adulto più o meno imberbe, avevo da poco finito di regalare i miei dieci mesi di servizio civile allo Stato, e cercavo di capire che cosa sarebbe stato bene (o forse soltanto meglio) fare da grande.
Avevo trovato un impiego come metalmeccanico in una azienda brianzola che produceva (e a quel che mi risulta ancora produce) sistemi di allarme. La Brianza pre-crisi era un tessuto produttivo affamato di manovalanza, quindi, nonostante vantassi una esperienza praticamente nulla nel campo (avevo una maturità da analista contabile in tasca e avevo precedentemente lavorato come contabile) ero stato immediatamente assunto a tempo indeterminato. Un mese di prova attraverso Adecco, poi la firma del contratto. Sì, lo so, adesso sembra fantascienza, ma allora era più o meno la norma: se uno dimostrava di essere in grado di lavorare seriamente (ed io lo avevo dimostrato) in modo produttivo (ed io ero in grado di farlo) ti arrivava la proposta di assunzione, era scontato. Ed era scontato che uno firmasse, così, senza nemmeno festeggiare, perché avere un lavoro (fisso) a 24 anni, nel 2001, in Brianza, era cosa assolutamente normale.
Nel giugno del 2001 avevo già deciso che non avrei fatto il metalmeccanico a vita. Intendiamoci: il lavoro non era male, i colleghi erano persone a posto, l'ambiente era buono, la paga era decente (in lire, sfiorava il 1.800.000 al mese, che  prima dell'euro erano abbastanza), ma io ero stato traviato dal maledetto servizio civile, e avevo deciso di voler fare della mia vita qualcosa che fosse più significativo per me e per la società.

Idiota.

Quindi mi iscrissi al corso di laurea in infermieristica, università degli studi di Milano. L'11 settembre 2001, mentre le torri crollavano a New York, stavo sostenendo il test d'ingresso (il corso di laurea era almeno formalmente a numero chiuso). Diedi le dimissioni da metalmeccanico ai primi di ottobre, qualche giorno prima dell'inizio delle lezioni, e certo il datore di lavoro non mi implorò di restare, ma puttanaeva, me lo chiese. L'azienda è solida, mi disse, se rimani il lavoro non ti mancherà. Ringraziai, ma ormai avevo deciso.

Insomma, per farla breve frequentai le lezioni, sostenni gli esami, feci le mie tremila ore di tirocinio clinico nei reparti, finii i soldi che avevo messo da parte e feci lo studente spiantato. Mio padre fece in tempo ad ammalarsi e morire a 55 anni. Entrai in crisi, smisi di dare esami per un po' e finii fuori corso. Alla fine, con un anno di ritardo sulla tabella di marcia, mi laureai. Cominciai ad esercitare come infermiere dodici giorni netti dopo la discussione della tesi, nel dicembre del 2005: si era in piena emergenza infermieristica, e gli ospedali ti venivano praticamente a cercare a casa (a me telefonò l'ufficio personale di Niguarda, sede della sezione di corso di laurea, due giorni dopo la discussione della tesi. Il tempo di preparare le scartoffie, firmare non mi ricordo più quanti documenti, e cominciai a lavorare). Quattro mesi dopo vinsi il concorso pubblico. Ok. Tutto molto bello.

O forse no.

Ora ho 36 anni, e sto facendo quello che avevo sperato di poter fare dodici anni fa. Lavoro in una terapia intensiva cardiovascolare, i ritmi spesso sono folli, le responsabilità (giustamente) enormi, i turni massacranti. La mia vita sociale, quel poco che ne rimane, è costruita attorno alla vita in reparto. Ogni tanto la gente mi muore letteralmente sotto le mani, ed ho imparato a farmene una ragione. Ho imparato ad assistere alle tragedie altrui senza farmici coinvolgere emotivamente. Si chiama distacco professionale, e comincio a pensare che sia una sorta di malattia psichiatrica.

Amo il mio lavoro? Sì, in qualche modo lo amo ancora. Lo amo quando vedo una persona tornare a vivere. Lo amo quando vedo qualcuno tornare in piedi dopo uno o due mesi di rianimazione. E lo amo anche quando indosso i guanti, accanto ai miei colleghi infermieri, agli anestesisti e ai cardiologi, attendendo che le porte dell'ascensore si aprano e che l'equipaggio dell'elisoccorso porti in reparto una persona in condizioni estremamente gravi. Ma quella è adrenalina, è un altro discorso.


In questi dodici anni amore e odio si sono contrastati a vicenda a lungo, però, e spesso ormai l'odio prevale.

Odio il mio stipendio. Con tutto il rispetto per gli operatori ecologici che si occupano di raccolta differenziata, il mio lavoro sui turni, di notte, nei festivi, con responsabilità civile e penale di quel che accade al malato, viene pagato praticamente quanto il loro. E se togliessimo dal computo i turni, i festivi e le notti verrei pagato meno di loro. Lo so perché un mio lontano cugino fa l'operatore ecologico (miocuggino), e quando mi ha detto quanto guadagna ci sono rimasto un po' male. Per me, perché per lui ero sinceramente contento.
Da contabile, sul finire degli anni '90, guadagnavo circa 2.300.000 lire al mese. Fatti i conti (il cambio nominale non significa nulla, e chi ha vissuto da adulto il primo anno dopo l'introduzione dell'Euro lo sa benissimo) guadagnavo di più allora, da semplice diplomato.
Dite: ma guadagni 1.550 Euro al mese, con quella cifra si sopravvive. Certo, che si sopravvive. Ma a questo punto conviene andare a tirare su il cartone da terra dalle sette alle tredici, domenica esclusa. Il cartone non muore, non sanguina, non ti passa malattie infettive, non si butta giù dal letto perché è disorientato, non ha parenti che ti querelano o che minacciano di farlo. Chi raccoglie il cartone non è iscritto ad un inutile collegio professionale che ti chiede di pagare la dannata iscrizione obbligatoria per legge. Chi raccoglie il cartone non è obbligato all'aggiornamento continuo a pagamento (nel senso che paghi per poter frequentare dei corsi). E se volete vado avanti.

Odio chi mi confonde con un cameriere. Lo scrivo con tutto il rispetto per i camerieri, naturalmente (l'ho fatto anche io, da studente), ma preparare una limonata a metà pomeriggio (o un latte tiepido macchiato alle tre del mattino) non rientra fra le mie priorità. Non quando la mia priorità è mantenere in vita una persona sedata, curarizzata, intubata, ultrafiltrata, contropulsata e con tanti di quei farmaci in infusione continua che la postazione sembra un alberello di natale, intesi?

Odio chi mi dà del lei, chi mi chiama dottore (vaccaeva, io sono dottore, o almeno così recita il pezzo di carta rilasciatomi dall'università) e poi, non appena lo informo che sono un infermiere e non un medico, passa con scioltezza a darmi del tu. Mentre io continuo a dargli del lei, perché sono abituato a dare del lei alle persone che non conosco, quale che sia il lavoro che fanno.

Odio i medici (fortunatamente non molti) che pensano che io sia lì ad assistere loro, e non il malato. Attaccatevi da soli le vostre etichette, compilate da soli le vostre richieste e mettetevi a posto da soli le vostre cartelle, io non vi chiedo di fare un pezzo del mio lavoro. E non ho intenzione di fare un pezzo del vostro. A meno che non siate nella merda fino al collo e che non mi chiediate una mano, s'intende, ma in quel caso pretendo reciprocità. Odio i medici che vanno a dormire di notte e che diventano scorbutici se li si chiama alle tre del mattino: un metalmeccanico che fa il turno di notte non tira fuori la sdraio alle undici, ok? Siete al lavoro, come me. Siete pagati, più di me. State svegli, come me. Fra i miei obiettivi non c'è quello di infastidirvi tormentandovi con delle sciocchezze, quindi se vi chiamo c'è un motivo, il motivo è valido, e voi dovete prendermi dannatamente sul serio.

Odio rendermi conto ogni giorno di più che politici, giornalisti e amministratori (e di conseguenza la stragrande maggioranza dei concittadini) non hanno la più pallida idea di che cosa significhi fare il mio lavoro. Portantini, ausiliari, OSS, ASA e infermieri per il senso comune sono esattamente la stessa cosa. Il che è un po' come confondere ingegneri e geometri, dottori commercialisti e ragionieri, fisioterapisti e massaggiatrici da centro massaggi orientale (io poi dale bacio). Io sono un professionista, non un garzone tuttofare. Sono il responsabile dell'assistenza, e non perché lo dica io: lo prescrive la legge. C'è gente (OSS, ASA, ausiliari) che lavora sotto la mia diretta responsabilità. Non sono un portapadelle, un vuotapappagalli e un pulisciculo. L'assistenza di base (lavare sederi sporchi è un atto nobile, fondamentale per la salute del malato, ma è assistenza di base che in teoria sarebbe appannaggio più o meno esclusivo di OSS e ASA) non è il fulcro della mia attività professionale.

Odio il management che anni fa ci diceva "non ci sono infermieri, proprio non se ne trovano, quindi dovete serrare i ranghi ed ammazzarvi di straordinari non pagati, perché purtroppo abbiamo esaurito i fondi messi a budget per gli straordinari", e che oggi ci dice "c'è la crisi, c'è la revisione di spesa, c'è il taglio dei trasferimenti, quindi non possiamo assumere i 30.000 infermieri precari o disoccupati che ci sono in Italia, e quindi vi ritocca serrare i ranghi e ammazzarvi di straordinari, naturalmente non pagati perché non ci sono i fondi per pagarvi". Odio quando poi si viene a sapere che il management si è appena spartito un quarto di milione di euro di incentivi perché (loro!) hanno "raggiunto gli obiettivi". Odio quando glielo fai notare e loro ti rispondono con una scrollata di spalle che "si tratta di capitoli di spesa diversi".

Odio la produzione scritta infermieristica, gli stilemi imparati a memoria e ripetuti a pappagallo (spesso fuori contesto), la sintassi traballante e la grammatica creativa, gli accenti messi a cazzo e i termini usati impropriamente. L'italiano non è l'italiano, scriveva Sciascia: è il ragionamento. Nessuna professione può avere un minimo di dignità sociale finché ci si esprime come dei cazzo di bimbominchia. Eh, sì, questa cosa mi fa proprio incazzare, che volete.

Odio la mancanza di coesione e di consapevolezza di ruolo di buona parte dei miei colleghi, perennemente impegnati a contare i giorni di riposo altrui e a confrontarli con i propri, in lotta continua (ed insulsa) con il turno opposto o con i colleghi del reparto adiacente (come alle medie quando all'intervallo si faceva la guerra tra prima A e prima B), pronti a deglutire amabilmente le cucchiaiate di merda rifilateci di continuo dal management, solerti nel baciare culi a ripetizione convinti che spandere saliva possa servire ad ottenere cose che in realtà sono semplici, fottuti diritti. Odio chi si chiude nel confessionale del coordinatore ed esce giulivo perché "mi ha dato le ferie": coglione, le ferie sono tue, il coordinatore non ti ha concesso proprio niente. E tu sei un povero idiota. Se gli infermieri si battessero per la causa comune, con l'impegno e la determinazione che solitamente incanalano nelle piccole proprie beghe private, saremmo una categoria dall'enorme potere contrattuale. E invece valiamo poco o nulla, nonostante siano le nostre, le spalle che tengono in piedi i reparti e gli ospedali.

Odio non poter scioperare perché sono sempre precettato.

Odio i rappresentanti sindacali che si fanno razzianamente i cazzi propri, che si fanno eleggere per ottenere l'esenzione dalle notti o i turni in 118 (quelli sì, a pagamento, ed infatti in genere il giro che sta attorno al 118 è una cosa che fa impallidire i corleonesi), che svendono il culo dei propri colleghi in cambio di un contentino personale. E ho massimo rispetto di quei colleghi rappresentanti sindacali che, una volta compreso lo schifo del giochino torbido del do ut des all'italiana, danno sdegnosamente le dimissioni dall'incarico, perché comprendono che la propria dignità vale più di trenta denari del cazzo.

Dodici anni dopo forse non lo rifarei, questa è la conclusione. Non perché mi sia stancato di fare il mio lavoro, tutt'altro. Non lo rifarei perché non ne vale la pena. Non ne vale la pena economicamente, e leggere Gad Lerner parlare della "miseria delle retribuzioni del personale infermieristico" come "uno degli aspetti più evidenti dell'ingiustizia sociale" fa solo arrabbiare, perché tanto non c'è speranza che le cose possano cambiare. Non ne vale la pena perché la mia vita sociale è stata quasi completamente demolita dai maledetti turni, non ne vale la pena perché ho la dignità sociale che si riserva ai parìa, non ne vale la pena perché mi ero illuso di fare un lavoro con la gente, per la gente, senza che nessuno ci facesse la cresta, e purtroppo non è così, la cresta la fanno in moltissimi.