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lunedì 30 ottobre 2017

Inesistenza infermieristica

Sono passati ventitré anni dalla legge che ha istituito l'attuale profilo dell'infermiere.
Sono passati diciotto anni dalla legge che ha abrogato il mansionario infermieristico.
Sono passati diciassette anni dalla legge che ha istituito il corso di laurea in infermieristica.
Da allora aspettiamo che si attivino i corsi di laurea specialistica che avrebbero dovuto permettere di specializzarci in area critica, area materno infantile, area geriatrica eccetera. Niente.
Sono passati undici anni dalla legge che ha istituito l'ordine degli infermieri, e in questi giorni si sta mettendo in scena il terzo tentativo di far passare in parlamento UN'ALTRA legge che lo istituisce, dato che per la legge di undici anni fa sono venuti a mancare i decreti attuativi, e quindi non se ne è fatto niente.
Sono passati venticinque anni dall'ultimo adeguamento delle indennità (di lavoro durante giorni festivi (oggi lavorare a Natale vale 17.51 Euro. Lordi. Per l'intera giornata), di turno, di lavoro in terapia intensiva (vale 4.13 Euro al giorno. Lordi) eccetera.
Sono passati dieci anni dall'ultimo rinnovo del contratto.
Sono passati sedici anni dall'accordo conferenza stato-regioni che ha istituito la figura del OSS (che avrebbe dovuto sostituire nei reparti la figura dell'infermiere generico, occupandosi di quelle attività a bassa complessità, standardizzabili, che devono essere eseguite dal personale di supporto dietro disposizione e sotto la responsabilità del responsabile dell'assistenza generale - cioè l'infermiere-).
Sono passati tre anni da quel decreto 566 che istituiva le competenze avanzate infermieristiche, ma anche quelle sono rimaste sulla carta, e in ogni caso sarebbero state isorisorse (cioè: voi frequentate master a pagamento, acquisiste abilità e competenze, vi assumete tutta la responsabilità civile e penale di quel che fate esercitando queste vostre competenze avanzate, MA NON PRENDETE UN CENTESIMO IN PIU', fate gli specialisti aggratis), quindi dico una parolaccia a caso, ma non la scrivo.

Nella realtà quello infermieristico è un universo cristallizzato nel momento del cambiamento. Una fase evolutiva interminabile, durante la quale abbiamo visto aumentare le responsabilità (via il mansionario, siamo professionisti e agiamo in autonomia, quindi rispondiamo direttamente del nostro operato) e diminuire il numero di infermieri nei reparti, aumentare il carico di lavoro non improprio, cioè di vera assistenza infermieristica, aumentare gli adempimenti burocratici, aumentare la quantità di lavoro non infermieristico (attività alberghiere e di assistenza di base) impropriamente caricato sulle spalle degli infermieri. Da una parte c'è un magistrato che non può che rifarsi alla legge, e dall'altra c'è la realtà degli ospedali, dei reparti e delle case di cura, nei quali la legge non viene MAI osservata.

Da una parte, in forza di quel che sulla carta è stato disposto, il professionista infermiere viene condannato insieme al medico che ha sbagliato la prescrizione, perché l'infermiere DEVE riconoscere una prescrizione sbagliata e DEVE impedire il danno alla persona; dall'altra, l'infermiere che lavora in una casa di cura, se non vuole perdere il lavoro, DEVE assumersi la responsabilità della somministrazione di terapie fatte assumere dal personale di supporto quando nella struttura NON è presente un infermiere (l'infermiere è il parafulmine, praticamente).

Da una parte il professionista condannato per omicidio colposo, dall'altra l'operaio dell'assistenza che nel momento in cui il malato si è buttato giù dal letto era impegnato a cambiare un pannolone. Dice: signor giudice, io ero impegnato a cambiare il pannolone alla signora Maria, otto stanze più in là. E il magistrato sospira, allarga le braccia e dice: "cambiar pannoloni non è lavoro da infermiere. Garantire l'incolumità del malato, invece, sì: colpevole", e amen.

Da una parte il salario di un metalmeccanico che non lavora sui turni, dall'altra la vita che gira attorno ai turni in ospedale, la responsabilità professionale, il rischio biologico e infettivo, le aggressioni, lo stress, gli esseri umani che muoiono nonostante il tuo lavoro e il tuo impegno, l'assicurazione professionale, l'aggiornamento continuo a pagamento, l'iscrizione al collegio/ordine (non me ne frega una cippa, è una questione di lana caprina che non avrà alcun impatto sulla nostra realtà lavorativa), l'impossibilità di poter fare carriera, l'impossibilità di scioperare perché si deve garantire il servizio ai concittadini.

400.000 infermieri fanno funzionare la sanità, in questo paese, ma sembra che questo non importi a nessuno. Siamo invisibili. Inesistenti.








mercoledì 18 ottobre 2017

Bestemmiare come un ateo.

"Anto, tu sei ateo, no?"

Sono ancora piegato su me stesso, il pollice sinistro, pulsante , è già violaceo (la martellata è stata forte, sì), stretto nella mano destra come se l'intento fosse quello di comprimerlo per evitare che esploda. Cerco di mantenere un briciolo di dignità, ma il dolore è così forte che mi vengono le lacrime agli occhi. Ansimo e bestemmio in un sussurro, quattro sillabe speciali che si allungano sulla erre e sulla d. Da farci un mantra, gente.

"Oh", fa quello, tutto serio. Mi giro a guardarlo come se mi avesse appena fatto la pipì sul tavolino del salotto. "Sei ateo o no?", mi chiede.

"No, sono evoluzionista e razionalista. Cazzo!" Tiro il fiato, tiro altre tre bestemmie e oso guardarmi il pollice: l'unghia è già quasi interamente nera. "Merda!", sìbilo. Ciao ciao chitarre per una settimana.

"Chiaro che sono ateo, ma l'esserlo è solo una conseguenza. Non ho studiato per diventare ateo, e non avevo l'obiettivo di diventarlo. Sono diventato ateo leggendo altra roba, ok? Incidentalmente. Astronomia, biologia, fisica, chimica e geologia non hanno lo scopo di negare l'esistenza di una divinità. Eppure, incidentalmente, nel loro complesso la negano, quell'esistenza. E se ne sbattono pure, ok?". Barcollo verso il lavandino del bagno, apro l'acqua fredda e ci metto sotto il pollice. Quello si mette a fare ancora più male, quindi ribestemmio. Sto così per un po', cambiando ogni tanto divintà.

"Comunque non credi in Dio", mi dice lui, che mi ha seguito e si sta godendo la scena dell'ateo sofferente con la mano al fresco.

Eccone un altro, penso, e chiudo l'acqua. "No", dico io asciugandomi con delicatezza la mano. Muovo il pollice: fratture non dovrei averne. Il dolore un po' è diminuito. "Così come non credo agli unicorni, alle fate del bosco, agli gnomi e ai semidei umanoidi che sarebbero nati sulla terra, da madre umana e padre divino, e che avrebbero compiuto imprese straordinarie, per poi diventare a propria volta una divinità", dico mentre vado in cucina, prendo un ghiacciolo, lo avvolgo in un tovagliolo e me lo piazzo sul dito. Lui mi guarda male. "Sto parlando di Ercole", preciso. E lui mi guarda peggio, perché ha capito che lo sto coglionando.

"Se non credi in Dio, perché bestemmi?", mi chiede con l'aria di quello che ha appena calato sul tavolo una scala reale.

"Perché mi sono tirato una martellata sul dito", dico io."Martellata sul dito, testata contro uno stipite, mignolino contro il comodino, tibia contro spigolo di un gradino in cemento... sono tutte situazioni da bestemmia. Sono situazioni in cui la bestemmia è appropriata, consona, liberatoria".

"No", mi dice lui, "non è quello che intendevo. Non il motivo per il quale bestemmi, non la martellata o la testata. Volevo chiederti: perché bestemmi un dio che non credi che esista? Non ti sembra una cosa stupida da fare? Voglio dire: sei così razionale su tutto, perché nella bestemmia diventi irrazionale, e ti rivolgi ad un dio che secondo te non esiste?". La sua faccia a questo punto ha assunto l'espressione di chi ha fatto scacco matto e scala reale mandando in bancarotta gli altri a Monopoli.

"Hai presente cos'è un meme culturale?"
"I meme quelli che girano in rete?"
Faccio segno di no.

"Il meme culturale è l'equivalente culturale del gene in biologia. Il meme è un'informazione che si trasmette culturalmente di generazione in generazione, attecchendo durante i primi anni dell'infanzia. Dawkins faceva l'esempio del "non ci si avvicina ai serpenti" e "non si gioca vicino ai burroni". Sono informazioni che il bambino deve prendere per buone, senza potersi permettere il lusso di sperimentarne sulla propria pelle gli effetti della loro non osservanza, perché altrimenti rischierebbe di morire: per il morso del serpente o per essere precipitato giù da un burrone. Ok?"

"Cazzo c'entra col fatto che sei ateo e bestemmi?"

Sospiro: "C'entra, c'entra, aspetta. Tornando al meme culturale: mio padre era un ateocomunista sardo. Usava prevalentemente la stessa bestemmia, ma riusciva a declinarla in decine di sfumature diverse, ognuna adeguata alla situazione: tuo figlio (io, sì) dà fuoco per sbaglio al contenitore della carta riciclata, roba che i pompieri ci hanno dovuto lavorare per una mezz'ora? Bestemmia soffiata, rassegnata, a spalle (e palle) cascanti. Significato: mio figlio è un idiota, e io non ci posso fare niente. Il Torres perde in casa col Casarano, dicendo addio ad ogni speranza di poter abbandonare la serie C2? Bestemmia da disillusione. Mormorata. Significato: ci ho sperato, ci ho voluto credere, ed è andata male, uffa. Sono un po' triste. Ti tiri una martellata sul dito? Bestemmia soffocata, ansimante, recriminante. Significato: ma perchéccazzo non sono stato più attento? Fa malissimo ed è tutta colpa mia, e non posso prendermela con nessun altro se non con  me stesso, perché sono stato io ad essermi tirato una martellata sul dito DA SOLO, bestemmia bestemmia bestemmia. Riconosci? Hai appena visto la mia versione della bestemmia da martellata sul dito, e credo che mio padre non l'avrebbe fatta in maniera molto diversa. Ecco, le bestemmie di mio padre sono, per me, un meme culturale. Esprimono una condizione, una emozione. Emergono da sole quando il contesto le richiede, e hanno un significato che è completamente disancorato da quello che letteralmente significano. Quando bestemmio non sto pensando che dio esiste davvero e che somiglia ad un suino: quando tu dai del figlio di puttana a qualcuno non stai davvero sostenendo che la sua mamma è una meretrice, no? Quel che significa quel "figlio di puttana" dipende dal contesto. Magari è uno che ha appena fatto un gol spettacolare fregando mezza difesa avversaria e palleggiando di spalla prima di chiudere in rovesciata e infilarla nel sette. E in quel caso il tuo "figlio di puttana" avrebbe un tono incredulo e ammirato. O magari è uno che ha impiccato il tuo cane e poi ne ha abusato sessualmente in diretta internette: figlio di puttana lo stesso, ma significato completamente diverso, ok? Le imprecazioni sono cultura. Le bestemmie sono cultura. Sono frasi idiomatiche che esprimono una larga gamma di sentimenti, emozioni e stati d'animo, e vi ricorriamo automaticamente, perché fanno parte della nostra programmazione di base. Si sta alla larga dai serpenti, non si gioca vicino ai burroni, e dioporco mi sono tirato una martellata sul dito, chiaro?"


"Tu sei il diavolo", mi ha detto lui.

venerdì 14 ottobre 2016

L'ultima domanda dell'esame di maturità (Dario Fo).

Ho sostenuto l'esame di maturità a ventuno anni suonati. La mia carriera scolastica non è stata delle migliori. Avevo i miei problemi, al tempo. Avevo cambiato scuola in prima superiore, e avevo perso un anno. E insomma, questo ci sta, dai. Negli anni seguenti ero stato rappresentante in consiglio d'istituto. Per quattro anni. Membro della consulta provinciale degli studenti, membro della consulta regionale. Giornalisti che chiamavano a casa e chiedevano a mia madre di poter parlare con me, e quella poveretta si tormentava chiedendosi cosa avessi combinato ancora una volta. Avevo viaggiato a spese del ministero della pubblica istruzione per partecipare a congressi, dormito a sbafo in hotel a quattro stelle (!!!) a diciassette anni, e partecipato ad interminabili incontri con presidi, provveditori, funzionari del ministero. Mi piaceva impegnarmi. Mi piaceva sentirmi dire che ero un ragazzo sveglio. Cercavo di fare del mio meglio.
Poi le cose sono andate a puttane, in un momento imprecisato tra il 1995 e il 1996 (balle: so esattamente quando sono andate a puttane, ma non è il momento per scriverne), e durante il quarto anno non ho fatto praticamente niente per evitare di farmi bocciare. Il voto di condotta (complici manifestazioni, autogestioni e contrapposizioni anche accesissime con alcuni docenti) aveva giocato il suo ruolo. Il fatto che in quel momento non  me ne fregasse semplicemente un cazzo dà un'idea di quanto possa essere coglione uno a quell'età. Ero arrabbiato, e in quegli anni la rabbia era fine a sé stessa.
Ero arrivato in quinta con la fama comprovata del rompicoglioni consolidato, ed ero stato ammesso agli esami di maturità con il giudizio più basso fra tutti gli studenti (appena sufficiente). Al tempo la commissione esaminatrice - a parte il famigerato membro interno, che nel caso specifico era la mia docente di inglese - era esterna, presieduta da un presidente esterno: non mi conosceva nessuno, insomma, e hanno dovuto valutarmi sulla base del mio orribile curriculum e sulla base delle prove scritte e orali che avevo sostenuto. E quindi l'ho sfangata: mi sono diplomato con 54/60. Per dire: la secchiona della classe è riuscita a strappare giusto un 50/60. L'ultima volta che l'ho vista, davanti ai tabelloni dei risultati, piangeva. Un po' mi spiace, ma non è colpa mia se lei aveva sempre studiato come una fogna, senza mai capire un cazzo. Io non studiavo granché, ma ragionavo. E soprattutto avevo l'abitudine di leggere voracemente praticamente tutto quello che mi passava sottomano. Quello era un esame di maturità, ed io ero maturo. Quasi marcio, direi.

E Dario Fo? Cosa c'entra con questo pacco  qui sopra?

C'entra, c'entra.

I commissari esterni mi avevano interrogato sulle due materie. La seconda era letteratura. Quando il docente aveva finito di farmi le solite domande su Foscolo e Leopardi (francamente non ricordo cosa mi avesse chiesto, ma insomma, più o meno...) il presidente della commissione mi aveva fatto l'ultima domanda: so che non è compreso nel programma, ma vorrei sapere che cosa ne pensa del nobel a Dario Fo.

Avete presente quando crolla una diga? Ecco. Io Dario Fo lo adoravo. Non l'ho mai visto dal vivo, ma l'ho letto molto. Ripetutamente. Ho parlato per un quarto d'ora. Ho parlato di Franca Rame e del peso del suo lavoro sull'opera di Fo. Ho sostenuto che la grandezza del Fo attore costringe gli attori che mettono in scena le sue  opere a scimmiottarlo, il più delle volte maldestramente. Ho sostenuto che il nobel premiasse l'artista inimitabile, dall'enorme talento istrionico, più che l'autore di prosa. Ho sostenuto che il nobel fosse andato a premiare l'uomo che era riuscito ad usare l'arte del teatro per costruire consapevolezza sociale, politica e culturale nel pubblico, andando a demolire, coprendole di ridicolo, le ottuse operazioni di propaganda religiosa e di stato (morte accidentale di un anarchico e mistero bufo su tutte).

Immagino che al presidente la mia opinione non sia dispiaciuta. 54/60, ripeto. E partivo da appena sufficiente.

Grazie, Dario, e addio.



giovedì 19 maggio 2016

La rabbia.

Il mio lavoro è un casino. Premessa necessaria. Col fatto che è un casino intendo dire che è un casino. Fare il mio lavoro vuol dire trovarsi in situazioni tesissime, drammatiche, a forte impatto emotivo. Avete mai preso in mano il cadavere di un bambino di quattro anni accoltellato dalla madre? Io sì. E ho pianto, perché lì non c'è distacco professionale che tenga, gente. Ogni tanto qualcosa ti tocca, e tu vacilli. Ti chiedi se vuoi davvero continuare a farlo. A volte ti chiedi se PUOI, continuare a farlo. Se ne vale la pena, continuare a farlo. Vita sociale a puttane, bioritmi sfasati da multiple notti di lavoro consecutive, salari ignobili, malati deliranti che ti graffiano, mordono e picchiano mentre cerchi di continuare a farli respirare, gravose responsabilità, grande carico di lavoro, dato che dobbiamo sostituire in tutto anche le figure di supporto che sono ovunque scarse o inesistenti, zero prospettive di carriera. Domani, a quest'ora, avrò finito di trascorrere in rianimazione il mio settimo giorno di lavoro consecutivo, 56 ore totali. Il mio contratto dice 36.
Ho 39 anni, mal di schiena, male alle ginocchia, sono insonne, mangio spessissimo una sola volta al giorno, per la gioia della mia gastrite e delle mie due fottute ulcerette esofagee. Quando sei dentro ad un frullatore è inutile cercare di mettere ordine. Mangio quando ho fame, dormo quando ho sonno. Se sto lavorando ed ho sonno, invece, caffè. Tanto. Sempre sia lodato.

Ecco, questa era la premessa: sono stressato (sempre), stanco (spesso), e a tratti demotivato (a tratti, giusto).

Rabbia, dunque. Se c'è qualcosa che si sposa in maniera sublime con stress, stanchezza e demotivazione è la rabbia, cazzo. Di quella che esplode senza grande preavviso, acuta e impotente, quindi frustrata, spesso recriminante.

Ci sono periodi buoni e periodi meno buoni, e in genere in quelli meno buoni mi capita di perdere la calma e girare l'interruttore "voce" da "serio professionista empatico ed affabile" a "cantante rock incazzato". Sono due voci molto, molto diverse. E sono tutt'e due profondamente mie. La seconda fa la sua discreta figura, in quei pochi, piccoli locali brianzoli che ancora hanno il coraggio di far suonare gruppi rock che osano mettere in scaletta un 80% di sconosciutissimi pezzi propri. Devo ammettere che suona però essere profondamente fuori luogo in una rianimazione. Perché purtroppo i cantanti, anche quelli non straordinari, sanno come dare volume, e a volte la cosa ci scivola un po' di mano, e ci ritroviamo a sommergere di decibel che neanche Dallara.
Nel corso degli anni mi è capitato di usare quella voce durante discussioni con colleghi, personale di supporto, coordinatori infermieristici, responsabili di area dipartimentale, medici, tecnici, "primari" di reparto e - due volte, perché sono recidivo - direttori di dipartimento.
Mi arrabbio. Non offendo, perché offendere è stupido (e anche pericoloso). Ma qualche volta impreco, anche di brutto. Non è tanto quel che dico: se lo dicessi usando la voce uno (serio professionista empatico e affabile) suonerebbe persino ragionevole, cazziemmerde a parte. E' che porcaputtana, lo sparo a palla. Va oltre le mie intenzioni, giuro. Ma mi accorgo che sto praticamente gridando solo quando ormai lo sto già facendo da un po'. E a quel punto continuo, checcazzo: non posso mica tornare giù di due ottave (e ottanta decibel) a metà frase. QUELLO CHE STO DICENDO, E TE LO DICO DA ANNI, E' CHE ABBIAMO QUESTI PROBlemi perché non abbiamo personale di supporto. Visto? Decrescente non ha senso.  Mi dimentico per un attimo che attorno a me ci sono esseri umani in precario equilibrio emodinamico, sparo i miei decibel, e quelli vedono un pazzo che urla. E sentono che grida qualcosa sul fatto che lui ha bisogno di supporto. Per quel che ne sanno loro, supporto psicologico o psichiatrico, direi. Quello stesso pazzo che urla, dieci minuti dopo, ha girato l'interruttore sulla voce uno (serio professionista eccetera), impugna una siringa e si avvicina al malato mostrandogliela. A quel punto il malato si ipertende, chiaro.

Ora: a me fare la figura del pazzo non piace, davvero. E mettere a dura prova le anastomosi che il chirurgo ha confezionato sulle coronarie del malato mi piace ancora meno. Quindi in genere, dopo aver sbroccato in reparto (mi capita circa due volte l'anno) passo alcuni giorni a tormentarmi per quanto sono stato coglione.

E' che sono stanco e stressato, e a volte demotivato. E a volte m'incazzo, gente. Scusatemi, ecco.

mercoledì 6 aprile 2016

La Piramide (the 99%) - [post di assoluti cazzi miei]

Come dice il titolo qui sopra, questo è un post di assoluti cazzi miei. Sono possibili (anzi, direi plausibili) divagazioni apparentemente prive di senso, ma di fondo tutto gira attorno ad un fatto di cronaca (a riguardo del quale forse più sotto mi ricorderò di mettere un link. Forse.) e ad una canzone, scritta un annetto fa, che abbiamo finito di registrare in questi giorni (io mi sono occupato, nell'ordine, di cercare una melodia cantata che poggiasse sul pezzo di chitarra che Andre aveva registrato e inviato al gruppo, scriverci sopra un testo che cercasse di avere un significato, e smarmellare la mia Tele a panno di daino durante le prove e i concerti. Ho specificato "durante le prove e i concerti" perché lì Andre non può suonare tutte e due le chitarre, non ha mica quattro braccia. Quando si registra però non ci sono limiti, e infatti ha inciso tipo ventordici tracce di chitarra, e abbiamo dovuto picchiarlo per farlo smettere.

Scherzo. Ci pesterebbe tutti e tre, credo.

Comunque. La canzone, appunto, si intitola "La Piramide (the 99%)", e il testo cerca di dire che non c'è niente da fare, signori: quella della piramide è la struttura che caratterizza e ha caratterizzato praticamente ogni società umana, da sempre. C'erano i servi della gleba, che lavoravano in cambio della mera sussistenza? Oggi abbiamo gli schiavi del mercato, i lavoratori poveri, che lavorano per la mera sussistenza. C'erano gli imperatori e i vassalli? Oggi ci sono i grandi del mercato. E abbiamo le leggi, del mercato. Il che spiega la presenza degli schiavi, del mercato. E spiega la presenza di un piccolo, splendente 1% apicale che regna sempre. Che ci sia guerra o che ci sia pace, che ci sia prosperità o che ci sia carestia, che si viva in una società tecnologica o che si viva in una società arcaica, quell'1% possiede sempre una fetta impressionante del tutto, quale che sia il valore che si attribuisce a quel "tutto".

E noi, il 99?
Noi facciamo quello che è proprio della nostra razza. Quello che da sempre ha caratterizzato ogni impero: lavoriamo per la piramide, dentro la piramide, e non la vediamo nemmeno.

Con tutto il coraggio che abbiamo
con tutta la forza che abbiamo
con tutte le cose stupende
che forse un domani faremo
Con tutto il coraggio che abbiamo
restiamo in disparte a guardare
che non ce ne importa, c'è il mutuo, c'è il pane
c'è da lavorare
c'è da guadagnare
c'è molto da fare.

Il tutto rock, con influenze reggae nella prima parte. E un bridge (il testo è quello qui sopra) che mi piace moltissimo.

Ecco. Mi piace moltissimo.

La buona notizia è che a quasi 39 anni ho ancora voglia di scrivere canzoni, di tirarmi fuori di casa e fare le prove sino a mezzanotte, tornare a casa almeno all'una e, Anubi Marcio, prendere con filosofia il fatto che il giorno dopo la sveglia suonerà alle cinque e mezza del mattino.
La cattiva è che, se a vent'anni non riuscivo a scrivere canzoni che non fossero intrise di pessimismo post adolescenziale, a quasi 39 non riesco a scrivere canzoni che non siano intrise della disperata disillusione dell'adulto.

Scherzo. Non ho mai smesso di scrivere minchiate, ma quelle sono un'altra cosa. Cantare

"Ho i genitali penduli
Lo so che sono splendidi
Ed anche molto erotici:
Li ha progettati Iddio, li disegnò proprio così.

Ma pur essendo splendidi
I genitali penduli
han la tendenza a pendere
e quel che pende prende dentro, e Dio vuole così"

va bene ad ogni età. La canzone si intitola "Genitali Penduli", e mi fu inspirata da un incidente occorsomi quattro anni fa mentre cercavo di usare un lavandino per lavarmi il culo (barbari, quei popoli che misconoscono il sacro rituale della lavata di culo post defecazione). Voglio dire, ero già un disilluso trentacinquenne, ma lo spazio per le minchiate l'ho sempre avuto.

Tipo:

"Io ti amo e non lo nego
non potrei farti del male
ma ora spogliati, ti prego, o comincio a urlare
e a gridare",

seguita dal magnifico ritornello

"E allora mettila sul sesso
ora donami un amplesso
poi ritornerò di nuovo
dolce e buono come sono".

Ecco, questa l'ho scritta a diciotto anni. Ma è un evergreen. Va bene ad ogni età. A diciotto anni ero intimamente convinto di essere uno sfigato di proporzioni indicibili. Ma avevo spazio per le minchiate, e il testo qui sopra lo dimostra direi egregiamente. Non mi ero ancora accorto che il mondo fosse pieno di esseri umani di sesso femminile disposte a scoparmi, ed ero segretamente convinto che sarei morto vergine, frustrato da limoni infiniti che non arrivavano mai al Tanto Agognato Pompino. Poi ho fatto l'animatore in un villaggio turistico, e ho fornicato più in quei quattro mesi che in qualsiasi altro periodo della mia vita. Per quanto prediligessi le coetanee (che però potevano mandarti in bianco), scoprii presto che belle e simpatiche signore in vacanza col bimbo e col marito in città (cioè navi scuola dalla notevole esperienza e con una voglia di carne fresca da far spavento) potevano regalare ricordi (tuttora, un paio di volte ho creduto di morire) indelebili. Ma a quel punto la canzone (che è ovviamente demenziale, e che contiene perle tipo "non lo senti tu il richiamo? E' normale, essere umano... ano ... ano") era stata scritta, e lì è rimasta. Per fortuna non la conosce nessuno, perché un po' me ne vergogno anche.

Tornando a La Piramide: dicevo, l'abbiamo finita di registrare in questi giorni. Dato che l'ultima volta abbiamo bruciato quattro ore di sala prove (nel pomeriggio ho cominciato a starnutire. Voce nasale, registrazione inascoltabile) abbiamo rifatto le voci a casa mia, giù nella stanzamarcia-tavernetta dalla quale scrivo. Ho urlato un po', ma i vicini non si sono lamentati. Non ancora, quantomeno.
Tra un paio di mesi, quando Andre avrà finito di smanettarci, tornando su questa pagina dovreste persino riuscire ad ascoltarla.

Ah. Il fatto di cronaca, che tira in ballo qualche membro di quell'1%: da Repubblica e da Il Fatto.

Fine divagazione.





domenica 28 febbraio 2016

Trecento euro al giorno.

Lui ha più o meno la mia età, ma questi quarant'anni scarsi se li trascina addosso davvero parecchio male.

Non gioca a favore del suo aspetto fisico il fatto che sia ancora gonfio come una zampogna, ma quella non è colpa sua, intendiamoci: non si esce benissimo da una endocardite batterica (cioè un'infezione dentro il cuore) che ti smangia via la valvola aortica e danneggia la valvola mitralica. Ecco, perché è ancora gonfio come una zampogna.

(attenzione: qui sotto un breve ma verboso spiegone - giuro, privo di tecnicismi - che potete saltare a piè pari)

La valvola sulla quale beatamente vegeta l'infezione non funziona più come dovrebbe, quindi la metà sinistra del cuore non riesce più a pompare nelle arterie tanto sangue quanto la metà destra ne pompa verso i polmoni. C'è un ingorgo, e questo innesca una valanga di casini. Per farla breve, i polmoni diventano via via pesanti come delle spugne bagnate, respirare diventa difficile, i piedi si gonfiano sino a sembrare dei cotechini, l'addome si gonfia di acqua, il gioco alterato delle pressioni all'interno delle camere cardiache va a pregiudicare il funzionamento della valvola mitralica, l'ingorgo nei polmoni conseguentemente peggiora, e a questo punto in genere si muore sputando schiuma rosa dalla bocca e dal naso, o il cuore si ferma all'improvviso, e tanti saluti.
Se non interviene Santa Scienza, intendo.
Perché quando Santa Scienza entra in campo le cose cambiano. Amo vivere nel ventunesimo secolo, gente.

(fine della roba inutile)

E certo non si esce, almeno nell'immediato, granché in forma da un intervento di sostituzione della valvola aortica con una protesi, più una plastica della valvola mitralica. Ne è uscito vivo, e tanto basta. Santa Scienza e Santissima Esperienza hanno guidato le mani dei medici dell'ospedale in cui è stata fatta la diagnosi, quelle di chi ci ha trasferito e portato vivo il malato, quelle dei chirurghi che lo hanno operato, quelle degli anestesisti che lo hanno mantenuto sedato e curarizzato - ma soprattutto vivo - prima, durante e dopo l'intervento, quelle dei perfusionisti in sala operatoria e quelle degli infermieri in sala e in rianimazione. Decine di professionisti hanno riversato contemporaneamente su di lui un cumulo complessivo spaventoso di Santissime Scienza & Esperienza, e quindi è vivo. Gonfio come una zampogna, dicevo, ma vivo.

Brutti tatuaggi irregolari sparsi un po' ovunque. Denti cariati e spazi vuoti si equivalgono, in bocca. Vene indurite sulle braccia, perché le pere, dice, e intende l'eroina in vena, se le è fatte solo per quattro mesi. Ma poi lo lasci parlare, e ti dice che lui in vena si è sempre fatto la cocaina. Che l'eroina ha cominciato ad usarla per rimettere i piedi a terra, perché cazzo, con la coca in vena vedi i draghi, vedi.
E' simpatico. Un disgraziato, ma è simpatico.
Penso al suo dosaggio di metadone, piuttosto elevato (non usa eroina da dicembre, dice, e la sua dose di metadone, dopo due mesi, è ancora di ottanta milligrammi al giorno), e dato che sono un figlio di puttana cerco di incastrarlo. Gli chiedo se davvero ha usato eroina per soli quattro mesi, e lui con aria innocente specifica che per quattro mesi si è fatto le pere. Ma che la fuma sulla stagnola da dieci anni.
E lì rido, e lui ride con me, ed è persino quasi un bel momento.
Gli chiedo se si disinfettava la pelle, prima di pungere. Lui dice di no. Gli dico che allora può anche darsi che il batterio che lo ha quasi ucciso sia entrato così, nel sangue. Lui mi dice che ha sempre usato siringhe pulite. Cioè, nuove, mi dice quando mi vede spalancare gli occhi sul "pulite". Perché intendiamoci: tutto ciò che non è sterile non è abbastanza pulito: si tratta di entrare in una vena, ideale terreno di coltura per batteri opportunisti che quando si ritrovano a sguazzare nel sangue fanno come i gremlins quando li bagni dopo mezzanotte. Gli dico che serve a poco, comunque, avere un ago sterile, quando è la pelle ad essere contaminata. Nel suo caso, contaminata da un batterio fecale. Che finché rimane nell'intestino non ci fa niente, e finché rimane sulla pelle neppure. Ma se si ritrova nel sangue sono cazzi acidi.
Finisce che gli insegno il modo giusto per disinfettarsi. Lui mi dice che tanto non si bucherà più. Ci mancherebbe altro, gli dico. Però gli spiego lo stesso, e lo faccio nell'ottica della riduzione del danno. Spero di no, ma giusto nel caso che, ecco.
Gli chiedo quanta ne usasse al giorno. Lui fa spallucce (tenta, di farlo, ma si ferma, perché si ricorda di avere lo sterno segato in due per il lungo e poi rimesso assieme da dei punti metallici) e dice boh, sui cinque grammi.
Minchia, dico io.
Cinque ma anche di più, dice lui. Quando ce l'hai te la spari finché non la finisci.
Spaventoso, dico io, che intanto cerco di calcolare quanta eroina al giorno fanno, cinque grammi di merda marroncina da strada, con tagli almeno del 60% con salcazzo cosa. Fa più o meno due grammi di eroina al giorno. Non male, se considerate che con meno di cinquanta milligrammi di morfina, che equivalgono a circa venti milligrammi di eroina, si può tenere a bada il dolore di un uomo di ottanta chili (che si sveglia con lo sterno aperto e ricucito, tre drenaggi che s'infilano tra le costole, un tubo in trachea, un sondino dal naso allo stomaco, un catetere nel pisello, un catetere in una arteria a piacere, eccetera eccetera) per 24 ore. Quindi circa venti milligrammi al giorno contro DUEMILA milligrammi al giorno. Rendo l'idea?

Tra coca e ero spendevo trecento euro al giorno, mi dice.
Si guarda le mani, poi guarda me, e mi dice che ha fatto fuori un patrimonio.
Io sono un ex contabile, e a questo punto ho già cercato di calcolare a mente quanto fa 300 euro per 365 giorni, ma ci ho già rinunciato. Comunque a spanne fa 110.000 euro.
Vivevo in un attico, mi dice.
Poi sono andato a vivere da un mio amico.
Poi lo hanno arrestato. E sono rimasto da solo a casa sua. E pensavo solo a farmi. Non mangiavo.
Poi ho tentato il suicidio bevendo tutto il metadone del mio amico, cinque boccette, ma mi sono solo addormentato.
(e ci credo, ho pensato io. Se io dovessi bere una sola boccetta probabilmente mi addormenterei, andrei in arresto respiratorio e tanti saluti, suicidio riuscito. Se uno si fa DUEMILA milligrammi di eroina al giorno (a star bassi) mi aspetto che seicentoventicinque milligrammi di metadone gli facciano giusto da ninna nanna).
Poi ha chiamato sua sorella, che se lo è preso in casa e lo ha portato al SERT. Ha cominciato col metadone, ma ogni tanto aveva i brividi, gli veniva la febbre. Poi sua sorella ha visto i piedi gonfi, e lo ha portato in ospedale.
Ringrazia tua sorella, gli dico.

Vi ringrazio tutti, mi dice lui, e ci tiene a stringermi la mano.



Ogni giorno ho a che fare con esseri umani che si trovano ad affrontare un periodo di estrema fragilità. I più, quando va tutto bene, hanno una vita alla quale tornare. E vogliono tornare a viverla, quindi sono motivati: prendono sul serio quel che gli si dice di fare, si impegnano nel farlo. Sono complianti, detto nell'orribile gergo ospedaliero.
Quando alla fragilità delle condizioni cliniche si sommano le fragilità psicologiche della persona, quando mancano le motivazioni che compensano il dolore fisico che inevitabilmente si deve sopportare durante le primissime fasi della riabilitazione (quando fa male tossire, quando fa male soffiare, quando fa male inspirare profondamente, quando si è stanchi e non si vuole stare seduti nel letto o in poltrona), il problema è quello di trovare una motivazione.
E non so dove e come un tossico che si è rovinato la vita, che si è giocato il lavoro e la casa, che si è rovinato economicamente, possa trovare la voglia e la forza di tornare a fare la propria vita, ma lui il modo lo ha trovato. Si vede.

Quindi faccio il tifo per lui, ecco.








giovedì 9 aprile 2015

Perché il reddito di cittadinanza è impossibile. In Italia, intendo.

Il reddito da lavoro in Italia è compresso verso il basso. Questo lo sanno tutti. Tutti quelli che lavorano, intendo. La forbice di reddito al primo impiego tra un operaio generico e un laureato ultraspecializzato si misura in qualche centinaia di euro: di solito per illustrarlo meglio ricorro a situazioni che conosco, finendo inevitabilmente col raccontare di quel mio lontano cugino che, occupandosi di raccolta differenziata di carta e cartone per una municipalizzata sarda, guadagna, con meno anzianità di servizio di quella che ho io, più di quanto riesca a guadagnare io, che ho una laurea di primo livello in infermieristica e lavoro su turni, anche notturni, in una rianimazione. Ma potremmo fare un esempio equipollente parlando di un metalmeccanico a 900 euro al mese e di un ingegnere pagato con la stessa cifra. Nel nostro paese il reddito medio dei salariati si assesta attorno ai 1.250 euro, quindi c'è poco da dire. Se non, forse, ribadire quella frase con la quale ho cominciato questo post: il reddito da lavoro, in Italia, è compresso verso il basso.

Perché è compresso verso il basso? Beh, questa è una domanda cui non sono in grado di dare una risposta semplice. Quindi proverò a dare una risposta articolata:

a) è basso perché dai primi anni ottanta è sparita la cosiddetta "scala mobile", cioè quel meccanismo previsto per legge che adeguava il potere d'acquisto dei salariati all'aumento del costo della vita. Questo sistema procurava inflazione, che andava recuperata con successivi adeguamenti dei salari, che però a loro volta producevano inflazione, e il sistema poteva reggere solo a patto di avere una moneta che poteva essere svalutata sui mercati internazionali. Fatta saltare la scala mobile da Craxi, il potere d'acquisto dei salariati italiani è crollato, e con esso l'inflazione (anche se fra le due cose naturalmente non c'è un nesso causa-effetto esclusivo);




b) è rimasto basso perché il paese, che è praticamente privo di risorse naturali, ricordiamocelo sempre, ha puntato a galleggiare sull'export. Da una parte, sino all'avvento della moneta unica europea, l'export è stato mantenuto competitivo grazie alla svalutazione della moneta; dall'altra si è contenuto il costo del lavoro riducendo il potere d'acquisto dei salariati, il che ha avuto un altro effetto positivo, diciamo così, sulla bilancia commerciale italiana: si sono contenuti infatti i consumi di beni importati (moneta svalutata + salari bassi = la roba prodotta all'estero e importata in Italia costava l'iraddiddio). Una manna per Mivar e Fiat, finché è durata. Perché poi è finita, lo sappiamo; 

c) è rimasto basso perché, a fronte della diminuzione costante del potere d'acquisto, le famiglie italiane hanno integrato il reddito lavorando di più per mantenere invariato il (magro) tenore di vita cui si erano abituate: là dove negli anni sessanta lavorava solitamente il solo capofamiglia, ora normalmente si lavora almeno in due, altrimenti si fa la fame, chiaro: sfido chiunque a mantenere una famiglia di tre persone, a Milano, affitto/mutuo compreso, con meno di 2.000 euro al mese. Ma lo stipendio medio è di 1.250 euro al mese. Quindi si deve lavorare ALMENO in due. Logico. 

Quindi: ci troviamo in un paese in cui l'instabile equilibrio viene mantenuto, a tutto vantaggio degli strati più abbienti della popolazione, grazie ai salari magri dei lavoratori. 

Ora, proviamo ad immaginare a cosa accadrebbe introducendo il reddito di cittadinanza. Prima di tutto, proviamo a quantificare quel reddito di cittadinanza: quanto dovrebbe avere una persona senza lavoro per vivere dignitosamente (e cioè andare a dormire in una cosa che almeno somigli ad una casa; poter riscaldare quella casa in maniera adeguata; potersi alimentare in maniera normale, lasciando da parte il caviale e i tartufi, certo, ma permettendo al disoccupato di assumere proteine animali a sufficienza)? Diciamo ottocento euro al mese? 400 di affitto (ma non in città), 100 di utenze varie a patto di risparmiare sul riscaldamento, e dieci euro al giorno per poter mangiare, non consideriamo l'abbigliamento. Diciamo ottocento euro al mese. No, anzi, stringiamo la cinghia e diciamo settecento, via. 

A questo punto si pone un problema.

Settecento euro al mese è più di quel che parecchi lavoratori guadagnino lavorando. Ne conosco personalmente alcuni, ed è vero che nel caso specifico si tratta di contratti part-time, ma ecco: in Italia ci sono lavoratori che, con il proprio lavoro, riuscirebbero a portare a casa un reddito inferiore a quello previsto come reddito di cittadinanza. Come la mettiamo?

'Spetta, sovviene un altro problema: il lavoro nero. In Italia ci sono decine di migliaia di lavoratori che lavorano in nero, quasi mai per libera scelta (è capitato anche a me: facevo il contabile, in nero. C'era la mia firma su centinaia di fatture, eppure ufficialmente io in quell'azienda brianzola non ci avevo mai messo piede. Il datore di lavoro mi aveva spiegato che purtroppo non mi poteva assumere perché non avevo ancora assolto gli obblighi di leva, e fatturando soltanto 60 miliardi di lire l'anno proprio non poteva correre il rischio di conservarmi il posto di lavoro mentre sgobbavo quasi a gratis per lo Stato) e indovinate un po'? Esatto: lavorando in nero spessissimo guadagnano molto meno di quel che abbiamo postulato come reddito minimo di cittadinanza. 

E a questo punto subentra un terzo problema: ma se ad un disoccupato dai settecento euro al mese, come puoi pretendere che un laureato in ingegneria accetti di lavorare 40 ore a settimana per novecento euro al mese? Semplice: non puoi, perché quello manderebbe a fare in culo lo sfruttatore che lo sottopaga e continuerebbe a cercare un lavoro pagato meglio finché le leggi glielo consentirebbero, continuando a percepire il reddito di cittadinanza. Al limite, esaurito il reddito di cittadinanza, farebbe quello che già oggi molti fanno: emigrerebbe, con tutte le sue competenze, e tanti saluti. 

Introdurre il reddito di cittadinanza comporterebbe, nel giro di qualche anno, un aumento dei salari dei lavoratori dipendenti, è questo l'indicibile problema principe: si instaurerebbe una dinamica speculare a quella scientemente introdotta nel paese negli ultimi trent'anni, complice il ricorso all'immigrazione (in termini economici, aumentare l'immigrazione significa ridurre il reddito medio, e non lo dico io, lo scrive l'economista Ha-Joon Chang in quel bel libro dal titolo oggettivamente orribile che è "23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo", Il Saggiatore, 2012), cioè il dumping salariale. 

Ora credo risulti più chiaro perché in Italia introdurre il reddito di cittadinanza è impossibile:

a) è impossibile perché farebbe saltare la politica di contenimento dei costi del lavoro, che nell'ottica neoliberista imperante deve essere considerato una merce come le altre;
b) è impossibile perché farebbe saltare la politica del dumping salariale strutturale, che ci tiene freneticamente impegnati a lavorare nella paura che qualcun altro possa soffiarci il posto;
c) è impossibile perché taglierebbe le zampe al nero, e questo è un paese che vive di nero, e in genere chi vive sfruttando il lavoro nero è forte, potente e solo parzialmente opera sottotraccia, mafie in testa;
d) è impossibile perché staccherebbe la lingua di milioni di disperati dal deretano di chi dispensa lavoro in cambio di voti, e quindi di potere, e che in nome di quel potere può dispensare lavoro, fosse anche solo in cambio di un pom*ino. 

Non è impossibile perché costa troppo. Lo so, tutti quelli che dicono che non si può fare dicono che costa troppo e non ci sono risorse sufficienti, ma lo dicono mentendo: lo Stato ha un bilancio annuale di 800 miliardi di euro, si fanno con leggerezza manovrine da venti miliardi a botta, si immolano decine di miliardi su TAV, MOSE, EXPO, F35, autostrade inutili, mondiali di nuoto con le piscine mai completate, italia90 con gli stadi mai completati, vertici del fu G8 alla Maddalena, tangenti ad ogni livello per ogni maledetta opera pubblica piccola e grande... ma proprio i soldi per il reddito di cittadinanza non si trovano, non si trovano, non ci SONO. 
Ci sono, ci sono. Allocarli sarebbe solo una scelta politica. Certo, non lo possono dire da Vespa o da Floris. Ma ci sono. 

E' che non vogliono allocarli.

Perché ci vogliono affannati, stanchi, disperati, arrabbiati con gli altri, chiunque siano, e in lotta fra di noi per un pezzo di pane.

Per questo il reddito di cittadinanza, in Italia, è impossibile.