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giovedì 9 aprile 2015

Perché il reddito di cittadinanza è impossibile. In Italia, intendo.

Il reddito da lavoro in Italia è compresso verso il basso. Questo lo sanno tutti. Tutti quelli che lavorano, intendo. La forbice di reddito al primo impiego tra un operaio generico e un laureato ultraspecializzato si misura in qualche centinaia di euro: di solito per illustrarlo meglio ricorro a situazioni che conosco, finendo inevitabilmente col raccontare di quel mio lontano cugino che, occupandosi di raccolta differenziata di carta e cartone per una municipalizzata sarda, guadagna, con meno anzianità di servizio di quella che ho io, più di quanto riesca a guadagnare io, che ho una laurea di primo livello in infermieristica e lavoro su turni, anche notturni, in una rianimazione. Ma potremmo fare un esempio equipollente parlando di un metalmeccanico a 900 euro al mese e di un ingegnere pagato con la stessa cifra. Nel nostro paese il reddito medio dei salariati si assesta attorno ai 1.250 euro, quindi c'è poco da dire. Se non, forse, ribadire quella frase con la quale ho cominciato questo post: il reddito da lavoro, in Italia, è compresso verso il basso.

Perché è compresso verso il basso? Beh, questa è una domanda cui non sono in grado di dare una risposta semplice. Quindi proverò a dare una risposta articolata:

a) è basso perché dai primi anni ottanta è sparita la cosiddetta "scala mobile", cioè quel meccanismo previsto per legge che adeguava il potere d'acquisto dei salariati all'aumento del costo della vita. Questo sistema procurava inflazione, che andava recuperata con successivi adeguamenti dei salari, che però a loro volta producevano inflazione, e il sistema poteva reggere solo a patto di avere una moneta che poteva essere svalutata sui mercati internazionali. Fatta saltare la scala mobile da Craxi, il potere d'acquisto dei salariati italiani è crollato, e con esso l'inflazione (anche se fra le due cose naturalmente non c'è un nesso causa-effetto esclusivo);




b) è rimasto basso perché il paese, che è praticamente privo di risorse naturali, ricordiamocelo sempre, ha puntato a galleggiare sull'export. Da una parte, sino all'avvento della moneta unica europea, l'export è stato mantenuto competitivo grazie alla svalutazione della moneta; dall'altra si è contenuto il costo del lavoro riducendo il potere d'acquisto dei salariati, il che ha avuto un altro effetto positivo, diciamo così, sulla bilancia commerciale italiana: si sono contenuti infatti i consumi di beni importati (moneta svalutata + salari bassi = la roba prodotta all'estero e importata in Italia costava l'iraddiddio). Una manna per Mivar e Fiat, finché è durata. Perché poi è finita, lo sappiamo; 

c) è rimasto basso perché, a fronte della diminuzione costante del potere d'acquisto, le famiglie italiane hanno integrato il reddito lavorando di più per mantenere invariato il (magro) tenore di vita cui si erano abituate: là dove negli anni sessanta lavorava solitamente il solo capofamiglia, ora normalmente si lavora almeno in due, altrimenti si fa la fame, chiaro: sfido chiunque a mantenere una famiglia di tre persone, a Milano, affitto/mutuo compreso, con meno di 2.000 euro al mese. Ma lo stipendio medio è di 1.250 euro al mese. Quindi si deve lavorare ALMENO in due. Logico. 

Quindi: ci troviamo in un paese in cui l'instabile equilibrio viene mantenuto, a tutto vantaggio degli strati più abbienti della popolazione, grazie ai salari magri dei lavoratori. 

Ora, proviamo ad immaginare a cosa accadrebbe introducendo il reddito di cittadinanza. Prima di tutto, proviamo a quantificare quel reddito di cittadinanza: quanto dovrebbe avere una persona senza lavoro per vivere dignitosamente (e cioè andare a dormire in una cosa che almeno somigli ad una casa; poter riscaldare quella casa in maniera adeguata; potersi alimentare in maniera normale, lasciando da parte il caviale e i tartufi, certo, ma permettendo al disoccupato di assumere proteine animali a sufficienza)? Diciamo ottocento euro al mese? 400 di affitto (ma non in città), 100 di utenze varie a patto di risparmiare sul riscaldamento, e dieci euro al giorno per poter mangiare, non consideriamo l'abbigliamento. Diciamo ottocento euro al mese. No, anzi, stringiamo la cinghia e diciamo settecento, via. 

A questo punto si pone un problema.

Settecento euro al mese è più di quel che parecchi lavoratori guadagnino lavorando. Ne conosco personalmente alcuni, ed è vero che nel caso specifico si tratta di contratti part-time, ma ecco: in Italia ci sono lavoratori che, con il proprio lavoro, riuscirebbero a portare a casa un reddito inferiore a quello previsto come reddito di cittadinanza. Come la mettiamo?

'Spetta, sovviene un altro problema: il lavoro nero. In Italia ci sono decine di migliaia di lavoratori che lavorano in nero, quasi mai per libera scelta (è capitato anche a me: facevo il contabile, in nero. C'era la mia firma su centinaia di fatture, eppure ufficialmente io in quell'azienda brianzola non ci avevo mai messo piede. Il datore di lavoro mi aveva spiegato che purtroppo non mi poteva assumere perché non avevo ancora assolto gli obblighi di leva, e fatturando soltanto 60 miliardi di lire l'anno proprio non poteva correre il rischio di conservarmi il posto di lavoro mentre sgobbavo quasi a gratis per lo Stato) e indovinate un po'? Esatto: lavorando in nero spessissimo guadagnano molto meno di quel che abbiamo postulato come reddito minimo di cittadinanza. 

E a questo punto subentra un terzo problema: ma se ad un disoccupato dai settecento euro al mese, come puoi pretendere che un laureato in ingegneria accetti di lavorare 40 ore a settimana per novecento euro al mese? Semplice: non puoi, perché quello manderebbe a fare in culo lo sfruttatore che lo sottopaga e continuerebbe a cercare un lavoro pagato meglio finché le leggi glielo consentirebbero, continuando a percepire il reddito di cittadinanza. Al limite, esaurito il reddito di cittadinanza, farebbe quello che già oggi molti fanno: emigrerebbe, con tutte le sue competenze, e tanti saluti. 

Introdurre il reddito di cittadinanza comporterebbe, nel giro di qualche anno, un aumento dei salari dei lavoratori dipendenti, è questo l'indicibile problema principe: si instaurerebbe una dinamica speculare a quella scientemente introdotta nel paese negli ultimi trent'anni, complice il ricorso all'immigrazione (in termini economici, aumentare l'immigrazione significa ridurre il reddito medio, e non lo dico io, lo scrive l'economista Ha-Joon Chang in quel bel libro dal titolo oggettivamente orribile che è "23 cose che non ti hanno mai detto sul capitalismo", Il Saggiatore, 2012), cioè il dumping salariale. 

Ora credo risulti più chiaro perché in Italia introdurre il reddito di cittadinanza è impossibile:

a) è impossibile perché farebbe saltare la politica di contenimento dei costi del lavoro, che nell'ottica neoliberista imperante deve essere considerato una merce come le altre;
b) è impossibile perché farebbe saltare la politica del dumping salariale strutturale, che ci tiene freneticamente impegnati a lavorare nella paura che qualcun altro possa soffiarci il posto;
c) è impossibile perché taglierebbe le zampe al nero, e questo è un paese che vive di nero, e in genere chi vive sfruttando il lavoro nero è forte, potente e solo parzialmente opera sottotraccia, mafie in testa;
d) è impossibile perché staccherebbe la lingua di milioni di disperati dal deretano di chi dispensa lavoro in cambio di voti, e quindi di potere, e che in nome di quel potere può dispensare lavoro, fosse anche solo in cambio di un pom*ino. 

Non è impossibile perché costa troppo. Lo so, tutti quelli che dicono che non si può fare dicono che costa troppo e non ci sono risorse sufficienti, ma lo dicono mentendo: lo Stato ha un bilancio annuale di 800 miliardi di euro, si fanno con leggerezza manovrine da venti miliardi a botta, si immolano decine di miliardi su TAV, MOSE, EXPO, F35, autostrade inutili, mondiali di nuoto con le piscine mai completate, italia90 con gli stadi mai completati, vertici del fu G8 alla Maddalena, tangenti ad ogni livello per ogni maledetta opera pubblica piccola e grande... ma proprio i soldi per il reddito di cittadinanza non si trovano, non si trovano, non ci SONO. 
Ci sono, ci sono. Allocarli sarebbe solo una scelta politica. Certo, non lo possono dire da Vespa o da Floris. Ma ci sono. 

E' che non vogliono allocarli.

Perché ci vogliono affannati, stanchi, disperati, arrabbiati con gli altri, chiunque siano, e in lotta fra di noi per un pezzo di pane.

Per questo il reddito di cittadinanza, in Italia, è impossibile. 









lunedì 26 maggio 2014

Grillo fa bene all'Italia.

Piccola, necessaria premessa: sono stato un grande fan del Grillo commediante. Ma adoravo anche Luttazzi, quindi non vuol dire. :-)

Seconda, necessaria premessa: non ho votato M5S. Nemmeno alle politiche dello scorso anno.

Sono di sinistra, di sinistra radicale, e quindi inevitabilmente deluso da sempre (cioè dal 1994, per questioni anagrafiche: avevo diciassette anni quando ho assistito alla caporetto della gioiosa macchina da guerra di Occhetto) da quel partito che un tempo fu di sinistra e adesso è il PD di Renzi.

La sinistra radicale è progressivamente quasi scomparsa di scena, tra ridicoli litigi su questioni di lana caprina e scissioni progressive, vendoliani che perdono nel congresso del proprio partito e se ne vanno sbattendo la porta (ennò porcaputtanaeva, se perdi NEL congresso del TUO partito rimani lì e cerchi di riguadagnarti la fiducia dei delegati, compagno dei miei stivali), comunisti rifondanti e comunisti italiani spaccati per sempre sul sostegno al governo Prodi e disperanti infortuni simili. Ai tempi dei girotondi, per dire, sarei già stato pronto a votare un movimento guidato da Nanni Moretti ("con questa classe dirigente non vinceremo mai", aveva detto, e tanto mi bastava, perché aveva maledettamente ragione).

Quando un altro artista che stimavo, Grillo, si è messo a fare casino prima col blog, e poi con i v-day in piazza, ho esultato. Ad un artista si permettono e si perdonano molte cose, quando parla da privato cittadino, senza incarichi politici. Uno in quelle condizioni ha il diritto di sfruttare la propria visibilità per gridare vaffanculo in maniera scomposta, se vuole farlo. Se poi quell'artista è un commediante che è abituato al linguaggio iperbolico della satira, gli si perdona praticamente di tutto. Voglio dire: Bill Hicks simulava sodomizzazioni seriali di "musicisti" che vendevano l'anima in cambio del successo. E lo adoro. Anche perché aveva ragione.

Ho cominciato a sperare che la pressione esercitata da Grillo, dal suo blog e dalle prime piazze stracolme di gente potesse portare i partiti a correggere almeno di un po' la rotta sciagurata che stavano seguendo. Grillo parlava di questioni assolutamente condivisibili. Con i suoi limiti, che sono evidenti (quando parla di informatica si vede lontano un miglio che in realtà non ci capisce un cazzo), ma limiti che è possibile tollerare in un comico che esprime il proprio impegno civico. Insomma, ero un grillino, nel senso che ero un sostenitore di Grillo.

Poi è nato M5S, e ho smesso di essere grillino. Perché vedete, io posso adorare un comico, e riesco a farlo anche se ha creduto in quella idiozia delle biowashball. Ma se lo stesso comico è il proprietario di una forza politica cambia tutto. Cambia perché fin dall'inizio è stato evidente che Grillo e il suo movimento non hanno un indirizzo politico condiviso con gli elettori, e spiego perché: io sono contrario alla TAV e all'acquisto degli F35, ok? Sono per la sanità e l'istruzione pubblica. Acqua pubblica, certo. No alla corruzione, ovvio. Ma una forza politica non può lasciare inevase certe questioni, dicendo "deciderà la rete". La decisione della rete è potenzialmente pericolosa quando ci sono di mezzo questioni fiscali, sanitarie, diplomatiche, riservate e via dicendo. Sono ateo, ma un mito antico (una roba astrusa che parla di un uomo semidio, figlio di una vergine ingravidata da uno spirito, che muore e poi ritorna in vita) racconta che il popolo, quando fu il momento di scegliere, scelse un tale Barabba.

Quindi lo scorso anno ho votato per Ingroia.
E quest'anno ho votato per la lista di Tsipras.

Io non sono per il voto utile. Cazzate antidemocratiche da pulsione maggioritaria: uno deve votare quel che più gli si avvicina, riservandosi di poter annullare la scheda se niente gli si avvicina.

Oggi, guardando i risultati, sono contento. E sono convinto che Grillo faccia bene all'Italia. Fa bene perché ha intercettato il dissenso di una larga fetta dell'elettorato che altrimenti non sarebbe rappresentato. Fa bene perché ha permesso a persone come Di Maio di entrare in parlamento e di aumentare ulteriormente la pressione sui partiti. Fa bene perché Grillo è molto meglio dei neonazisti e dei neofascisti, e i suoi supporter non sfasciano le vetrine e non danno fuoco alle auto della polizia. Fa bene perché comunque ha preso il 20%, e può continuare a tenere sul chi va là chi governa il paese, perché una forza del 20% pesa, è strutturale, e può pesare in positivo. Fa bene perché Renzi, che ha stravinto queste europee, ora sa che ha il sostegno popolare per "fare", ma sa anche che se non dovesse riuscire a "fare" il Movimento può tornare a ciucciargli voti.

Renzi ora cercherà, logicamente, di andare ad elezioni anticipate, magari in autunno. Ma intanto, se quello cui punta è il 40%, dovrà "fare", o quantomeno provarci. Questo paese ne ha un maledetto bisogno, quindi incrociamo le dita.


(PS: no, Renzi non lo voterò mai. Proprio no no no).

mercoledì 19 giugno 2013

Infermiere, dodici anni dopo.

Dodici anni fa, giovane adulto più o meno imberbe, avevo da poco finito di regalare i miei dieci mesi di servizio civile allo Stato, e cercavo di capire che cosa sarebbe stato bene (o forse soltanto meglio) fare da grande.
Avevo trovato un impiego come metalmeccanico in una azienda brianzola che produceva (e a quel che mi risulta ancora produce) sistemi di allarme. La Brianza pre-crisi era un tessuto produttivo affamato di manovalanza, quindi, nonostante vantassi una esperienza praticamente nulla nel campo (avevo una maturità da analista contabile in tasca e avevo precedentemente lavorato come contabile) ero stato immediatamente assunto a tempo indeterminato. Un mese di prova attraverso Adecco, poi la firma del contratto. Sì, lo so, adesso sembra fantascienza, ma allora era più o meno la norma: se uno dimostrava di essere in grado di lavorare seriamente (ed io lo avevo dimostrato) in modo produttivo (ed io ero in grado di farlo) ti arrivava la proposta di assunzione, era scontato. Ed era scontato che uno firmasse, così, senza nemmeno festeggiare, perché avere un lavoro (fisso) a 24 anni, nel 2001, in Brianza, era cosa assolutamente normale.
Nel giugno del 2001 avevo già deciso che non avrei fatto il metalmeccanico a vita. Intendiamoci: il lavoro non era male, i colleghi erano persone a posto, l'ambiente era buono, la paga era decente (in lire, sfiorava il 1.800.000 al mese, che  prima dell'euro erano abbastanza), ma io ero stato traviato dal maledetto servizio civile, e avevo deciso di voler fare della mia vita qualcosa che fosse più significativo per me e per la società.

Idiota.

Quindi mi iscrissi al corso di laurea in infermieristica, università degli studi di Milano. L'11 settembre 2001, mentre le torri crollavano a New York, stavo sostenendo il test d'ingresso (il corso di laurea era almeno formalmente a numero chiuso). Diedi le dimissioni da metalmeccanico ai primi di ottobre, qualche giorno prima dell'inizio delle lezioni, e certo il datore di lavoro non mi implorò di restare, ma puttanaeva, me lo chiese. L'azienda è solida, mi disse, se rimani il lavoro non ti mancherà. Ringraziai, ma ormai avevo deciso.

Insomma, per farla breve frequentai le lezioni, sostenni gli esami, feci le mie tremila ore di tirocinio clinico nei reparti, finii i soldi che avevo messo da parte e feci lo studente spiantato. Mio padre fece in tempo ad ammalarsi e morire a 55 anni. Entrai in crisi, smisi di dare esami per un po' e finii fuori corso. Alla fine, con un anno di ritardo sulla tabella di marcia, mi laureai. Cominciai ad esercitare come infermiere dodici giorni netti dopo la discussione della tesi, nel dicembre del 2005: si era in piena emergenza infermieristica, e gli ospedali ti venivano praticamente a cercare a casa (a me telefonò l'ufficio personale di Niguarda, sede della sezione di corso di laurea, due giorni dopo la discussione della tesi. Il tempo di preparare le scartoffie, firmare non mi ricordo più quanti documenti, e cominciai a lavorare). Quattro mesi dopo vinsi il concorso pubblico. Ok. Tutto molto bello.

O forse no.

Ora ho 36 anni, e sto facendo quello che avevo sperato di poter fare dodici anni fa. Lavoro in una terapia intensiva cardiovascolare, i ritmi spesso sono folli, le responsabilità (giustamente) enormi, i turni massacranti. La mia vita sociale, quel poco che ne rimane, è costruita attorno alla vita in reparto. Ogni tanto la gente mi muore letteralmente sotto le mani, ed ho imparato a farmene una ragione. Ho imparato ad assistere alle tragedie altrui senza farmici coinvolgere emotivamente. Si chiama distacco professionale, e comincio a pensare che sia una sorta di malattia psichiatrica.

Amo il mio lavoro? Sì, in qualche modo lo amo ancora. Lo amo quando vedo una persona tornare a vivere. Lo amo quando vedo qualcuno tornare in piedi dopo uno o due mesi di rianimazione. E lo amo anche quando indosso i guanti, accanto ai miei colleghi infermieri, agli anestesisti e ai cardiologi, attendendo che le porte dell'ascensore si aprano e che l'equipaggio dell'elisoccorso porti in reparto una persona in condizioni estremamente gravi. Ma quella è adrenalina, è un altro discorso.


In questi dodici anni amore e odio si sono contrastati a vicenda a lungo, però, e spesso ormai l'odio prevale.

Odio il mio stipendio. Con tutto il rispetto per gli operatori ecologici che si occupano di raccolta differenziata, il mio lavoro sui turni, di notte, nei festivi, con responsabilità civile e penale di quel che accade al malato, viene pagato praticamente quanto il loro. E se togliessimo dal computo i turni, i festivi e le notti verrei pagato meno di loro. Lo so perché un mio lontano cugino fa l'operatore ecologico (miocuggino), e quando mi ha detto quanto guadagna ci sono rimasto un po' male. Per me, perché per lui ero sinceramente contento.
Da contabile, sul finire degli anni '90, guadagnavo circa 2.300.000 lire al mese. Fatti i conti (il cambio nominale non significa nulla, e chi ha vissuto da adulto il primo anno dopo l'introduzione dell'Euro lo sa benissimo) guadagnavo di più allora, da semplice diplomato.
Dite: ma guadagni 1.550 Euro al mese, con quella cifra si sopravvive. Certo, che si sopravvive. Ma a questo punto conviene andare a tirare su il cartone da terra dalle sette alle tredici, domenica esclusa. Il cartone non muore, non sanguina, non ti passa malattie infettive, non si butta giù dal letto perché è disorientato, non ha parenti che ti querelano o che minacciano di farlo. Chi raccoglie il cartone non è iscritto ad un inutile collegio professionale che ti chiede di pagare la dannata iscrizione obbligatoria per legge. Chi raccoglie il cartone non è obbligato all'aggiornamento continuo a pagamento (nel senso che paghi per poter frequentare dei corsi). E se volete vado avanti.

Odio chi mi confonde con un cameriere. Lo scrivo con tutto il rispetto per i camerieri, naturalmente (l'ho fatto anche io, da studente), ma preparare una limonata a metà pomeriggio (o un latte tiepido macchiato alle tre del mattino) non rientra fra le mie priorità. Non quando la mia priorità è mantenere in vita una persona sedata, curarizzata, intubata, ultrafiltrata, contropulsata e con tanti di quei farmaci in infusione continua che la postazione sembra un alberello di natale, intesi?

Odio chi mi dà del lei, chi mi chiama dottore (vaccaeva, io sono dottore, o almeno così recita il pezzo di carta rilasciatomi dall'università) e poi, non appena lo informo che sono un infermiere e non un medico, passa con scioltezza a darmi del tu. Mentre io continuo a dargli del lei, perché sono abituato a dare del lei alle persone che non conosco, quale che sia il lavoro che fanno.

Odio i medici (fortunatamente non molti) che pensano che io sia lì ad assistere loro, e non il malato. Attaccatevi da soli le vostre etichette, compilate da soli le vostre richieste e mettetevi a posto da soli le vostre cartelle, io non vi chiedo di fare un pezzo del mio lavoro. E non ho intenzione di fare un pezzo del vostro. A meno che non siate nella merda fino al collo e che non mi chiediate una mano, s'intende, ma in quel caso pretendo reciprocità. Odio i medici che vanno a dormire di notte e che diventano scorbutici se li si chiama alle tre del mattino: un metalmeccanico che fa il turno di notte non tira fuori la sdraio alle undici, ok? Siete al lavoro, come me. Siete pagati, più di me. State svegli, come me. Fra i miei obiettivi non c'è quello di infastidirvi tormentandovi con delle sciocchezze, quindi se vi chiamo c'è un motivo, il motivo è valido, e voi dovete prendermi dannatamente sul serio.

Odio rendermi conto ogni giorno di più che politici, giornalisti e amministratori (e di conseguenza la stragrande maggioranza dei concittadini) non hanno la più pallida idea di che cosa significhi fare il mio lavoro. Portantini, ausiliari, OSS, ASA e infermieri per il senso comune sono esattamente la stessa cosa. Il che è un po' come confondere ingegneri e geometri, dottori commercialisti e ragionieri, fisioterapisti e massaggiatrici da centro massaggi orientale (io poi dale bacio). Io sono un professionista, non un garzone tuttofare. Sono il responsabile dell'assistenza, e non perché lo dica io: lo prescrive la legge. C'è gente (OSS, ASA, ausiliari) che lavora sotto la mia diretta responsabilità. Non sono un portapadelle, un vuotapappagalli e un pulisciculo. L'assistenza di base (lavare sederi sporchi è un atto nobile, fondamentale per la salute del malato, ma è assistenza di base che in teoria sarebbe appannaggio più o meno esclusivo di OSS e ASA) non è il fulcro della mia attività professionale.

Odio il management che anni fa ci diceva "non ci sono infermieri, proprio non se ne trovano, quindi dovete serrare i ranghi ed ammazzarvi di straordinari non pagati, perché purtroppo abbiamo esaurito i fondi messi a budget per gli straordinari", e che oggi ci dice "c'è la crisi, c'è la revisione di spesa, c'è il taglio dei trasferimenti, quindi non possiamo assumere i 30.000 infermieri precari o disoccupati che ci sono in Italia, e quindi vi ritocca serrare i ranghi e ammazzarvi di straordinari, naturalmente non pagati perché non ci sono i fondi per pagarvi". Odio quando poi si viene a sapere che il management si è appena spartito un quarto di milione di euro di incentivi perché (loro!) hanno "raggiunto gli obiettivi". Odio quando glielo fai notare e loro ti rispondono con una scrollata di spalle che "si tratta di capitoli di spesa diversi".

Odio la produzione scritta infermieristica, gli stilemi imparati a memoria e ripetuti a pappagallo (spesso fuori contesto), la sintassi traballante e la grammatica creativa, gli accenti messi a cazzo e i termini usati impropriamente. L'italiano non è l'italiano, scriveva Sciascia: è il ragionamento. Nessuna professione può avere un minimo di dignità sociale finché ci si esprime come dei cazzo di bimbominchia. Eh, sì, questa cosa mi fa proprio incazzare, che volete.

Odio la mancanza di coesione e di consapevolezza di ruolo di buona parte dei miei colleghi, perennemente impegnati a contare i giorni di riposo altrui e a confrontarli con i propri, in lotta continua (ed insulsa) con il turno opposto o con i colleghi del reparto adiacente (come alle medie quando all'intervallo si faceva la guerra tra prima A e prima B), pronti a deglutire amabilmente le cucchiaiate di merda rifilateci di continuo dal management, solerti nel baciare culi a ripetizione convinti che spandere saliva possa servire ad ottenere cose che in realtà sono semplici, fottuti diritti. Odio chi si chiude nel confessionale del coordinatore ed esce giulivo perché "mi ha dato le ferie": coglione, le ferie sono tue, il coordinatore non ti ha concesso proprio niente. E tu sei un povero idiota. Se gli infermieri si battessero per la causa comune, con l'impegno e la determinazione che solitamente incanalano nelle piccole proprie beghe private, saremmo una categoria dall'enorme potere contrattuale. E invece valiamo poco o nulla, nonostante siano le nostre, le spalle che tengono in piedi i reparti e gli ospedali.

Odio non poter scioperare perché sono sempre precettato.

Odio i rappresentanti sindacali che si fanno razzianamente i cazzi propri, che si fanno eleggere per ottenere l'esenzione dalle notti o i turni in 118 (quelli sì, a pagamento, ed infatti in genere il giro che sta attorno al 118 è una cosa che fa impallidire i corleonesi), che svendono il culo dei propri colleghi in cambio di un contentino personale. E ho massimo rispetto di quei colleghi rappresentanti sindacali che, una volta compreso lo schifo del giochino torbido del do ut des all'italiana, danno sdegnosamente le dimissioni dall'incarico, perché comprendono che la propria dignità vale più di trenta denari del cazzo.

Dodici anni dopo forse non lo rifarei, questa è la conclusione. Non perché mi sia stancato di fare il mio lavoro, tutt'altro. Non lo rifarei perché non ne vale la pena. Non ne vale la pena economicamente, e leggere Gad Lerner parlare della "miseria delle retribuzioni del personale infermieristico" come "uno degli aspetti più evidenti dell'ingiustizia sociale" fa solo arrabbiare, perché tanto non c'è speranza che le cose possano cambiare. Non ne vale la pena perché la mia vita sociale è stata quasi completamente demolita dai maledetti turni, non ne vale la pena perché ho la dignità sociale che si riserva ai parìa, non ne vale la pena perché mi ero illuso di fare un lavoro con la gente, per la gente, senza che nessuno ci facesse la cresta, e purtroppo non è così, la cresta la fanno in moltissimi. 

sabato 18 agosto 2012

Monti, la chiesa, la scuola e la Costituzione.

Cominciamo da qui:

Monti ... assicura che il governo "non farà mancare al settore delle scuole private, cui riconosce una essenziale funzione complementare rispetto a quella esercitata dalle scuole pubbliche, il necessario sostegno economico". E a ciò si provvederà, "compatibilmente con i limiti tracciati con i recenti interventi di revisione della spesa pubblica, con la legge di stabilità del prossimo autunno".




Letto? Ok. Potreste per cortesia rileggerlo una seconda volta? Non esprimete un giudizio personale, non ancora: rileggetelo e basta. Provate, dai. :-)



Fatto? Allora continuiamo da qui: 


Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.




Senza oneri per lo stato. Punto. La Costituzione, all'articolo 33, è semplice, netta. Tutti sono liberi di mettere su una scuola, ma lo Stato non deve metterci un centesimo. Non si fa. Non si deve. Lo dice la nostra legge fondamentale, e la nostra legge fondamentale può essere modificata NELLA legge, seguendo l'iter parlamentare di doppia lettura a maggioranza qualificata (i due terzi del parlamento. Non dei presenti in aula, sia chiaro: i due terzi di TUTTI gli eletti nei due rami del Parlamento. Altrimenti si va al referendum confermativo). Monti vuole - come tanti altri - regalare soldi pubblici alle scuole confessionali? Ma benissimo. Io non sono d'accordo, sia chiaro, ma se lo vuole fare lo faccia. Ma NEL rispetto della legge, e non facendo finta che la Costituzione, la legge suprema dello Stato, non esista.

Quindi che si sbrighi a presentare a suo nome (è senatore, no?) la richiesta di iniziare l'iter parlamentare per modificare la Costituzione. Lo faccia in fretta. Oppure si scusi e garantisca che non un centesimo dei soldi pubblici andrà ad istituti privati, e che non ci andrà perché è la Costituzione lo impone. Perché altrimenti un sacco di gente dovrebbe cominciare a credere che le leggi, tutte, si possano lecitamente non rispettare non incorrendo in alcuna sanzione, perché tanto così fanno tutti, a partire dal rispettatissimo presidente del consiglio dei ministri.

E non fa niente se quell'altro faceva più schifo. Questo, pur non adornandosi di puttane, mafiosi e lavatitoli vari, e quindi facendo oggettivamente meno schifo di quell'altro, essendo quantomeno una persona rispettabile, purtroppo mostra di condividere con l'altro (e anche con D'Alema il Bombardatore, intendiamoci) il disprezzo totale per la legge fondamentale dello Stato che è chiamato a governare.

Quanto a me, schifo a parte per certi grandi uomini così piccoli (o così spudoratamente in malafede): che speranza ho di contestare una multa sostenendo che il codice della strada sia in fondo solo un libretto di carta con delle parole stampigliate tanto tempo fa, ormai non più al passo con la tecnologia dei mezzi di trasporto, e che quindi violarlo sia comportamento così diffuso che sarebbe ingiusto e discriminatorio punire soltanto me?

venerdì 16 marzo 2012

Padroni a Cosa Nostra.

L'ammissione del leghista. "Ero consapevole del fatto che un terzo dei profitti sarebbero andati alla Lega". Così l'ex esponente locale leghista Marco Paoletti - indagato e interrogato il 21 ottobre scorso dai pm milanesi - racconta nel verbale, depositato al Riesame, quanti soldi delle presunte tangenti per progetti immobiliari, nell'hinterland milanese, sarebbero andati "in quota Lega".


http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/03/16/news/tangenti_lombarde_parla_l_indagato_tangenti_divise_fra_pdl_e_lega_nord-31663700/


Ebbravi legaioli. Continuate pure a ruttare "padania libera" mentre questi vi inculano a secco, forza.

venerdì 2 marzo 2012

Un' (altra) serata all'ARCI

Questa sera suono all'ARCI Cicco Simonetta, via Cicco Simonetta, zona Navigli, a Milano. Comincio alle 22 e termino alle 22.30, butto lì il meglio e il peggio della mia produzione idiot-style acustica (perché scrivo anche canzoni profonde e piene di poesia, ma quelle riesce ad ascoltarle giusto il mio cane. E solo perché la costringo a farlo). Apro la serata per gli Albergo Roma. Cioè, più o meno suono mentre loro finiscono tipo tutto il vino rosso.

Ingresso con tessera ARCI 5 euri.




mercoledì 29 febbraio 2012

Poveri tangentari.

Mi ha francamente fatto morire dal ridere la storia del tangentaro Pennisi, ex presidente della commissione urbanistica di Milano, arrestato in flagranza di reato nel febbraio del 2010 per aver imposto una mazzetta da diecimila euro (quando è stato arrestato cinquemila erano arrotolati in un pacchetto di sigarette, incredibile la fantasia) ad un costruttore bresciano per "sbloccare" una pratica edilizia.

Il tangentaro Pennisi, pentitosi dopo essere finito in galera (i pentimenti sono sempre tardivi e mai spontanei, in questi casi) oggi si lamenta perché la corte dei conti della Lombardia lo ha condannato a risarcire l'amministrazione di Milano con 50.000 euro, per danno d'immagine. Troppi soldi, sostiene il povero tangentaro (che ha patteggiato la pena e ora sta agli arresti domiciliari) pentito. "Non trovo giusto", singhiozza il concussore, "che su un mio errore (Sic!) lo stato di diritto risponda con un'ingiustizia".

Commovente. Io ricordo che a volte ho commesso piccoli errori, e sono stato condannato a pagare somme enormi. Una volta avevo le lucine della targa bruciate, e non me ne ero accorto. Una lampadina costa sì e no due euro, eppure io di multa ne ho dovuti pagare settanta e rotti. Un'altra volta ho svoltato a sinistra, e non mi ero accorto che c'era un divieto di svolta a sinistra: bloccato nell'atto di svoltare da un vigile (che era lì, lo avevo visto: non avevo visto il divieto, ma avevo visto il vigile), multato a sangue sul posto. L'errore peggiore l'ho fatto quando sono andato a Milano usando l'auto di mia madre (la mia era ko) senza prima controllare il libretto, e non mi sono accorto che la revisione era scaduta da una dozzina di giorni. Multe come se grandinasse, importi enormi per errori che tutto sommato non avevano causato nessuna conseguenza. Ma tant'è: ho pagato. Le multe sono multe, si ricevono e si pagano. Anche se sei in buona fede, quando commetti un errore, stai zitto e paghi.

La faccenda del povero pentito tangentaro Pennisi, invece, non poggia su di un tragico errore. Pennisi ha imposto una tangente per "sbloccare" una pratica che, altrimenti, da presidente della commissione edilizia del comune di Milano avrebbe potuto non "sbloccare". Ha estorto dei soldi ad un costruttore (che lo ha denunciato) sfruttando la sua carica pubblica e la sua influenza politica. Cosa un po'diversa dal commettere un errore: ha commesso un crimine.

Ora il povero Pennisi si domanda sgomento come potrà pagare quei cinquantamila euro, che sostiene di non avere. "Io quei soldi non li ho", dice. "Se devo vendere la casa o ipotecarla lo dicano", piagnucola.

Ecco, Pennisi: buona idea. Vendi la tua casa. Ipotecala. Prostituisciti. Fai quel cazzo che vuoi, ma paga.