Penelope tesseva la tela (del sudario del suocero Laerte) di giorno, e la disfaceva di notte, si sa: il continuo, laborioso fare e disfare era mirato a guadagnare tempo, sperando che il marito Ulisse riuscisse a fare ritorno ad Itaca prima che la tela fosse finita, perché a quel punto Penelope - lo aveva promesso - sarebbe stata obbligata a sposare uno dei pretendenti al trono dell'isola. Come andò lo sappiamo: Ulisse tornò a casa dopo dieci anni, a tela non ancora terminata, uccise tutti quelli che gli volevano fregare moglie e trono, e visse felice e contento.
A differenza di Penelope, che tesseva e disfaceva sì per guadagnare tempo, ma col nobile obiettivo di rimanere fedele al marito Ulisse, dal 1994 il legislatore italico, per quel che riguarda la professione infermieristica, tesse e disfa con l'unico obiettivo di fottere i lavoratori, scansare le sanzioni europee e risparmiare un sacco di soldi sulla pelle dei lavoratori e dei malati.
La tela in questione è quella delle ore minime di riposo tra un turno lavorativo e l'altro. No, non voglio parlare di retribuzione infame e delle indennità ferme da 24 anni: non voglio parlare di soldi. Voglio parlare di ore di sonno. Di ore di riposo. Di palpebra calante, sonno, rischio di errore e responsabilità professionale di quei lavoratori stanchi al punto di barcollare, quei lavoratori che se sbagliano rischiano di uccidere la persona malata.
Nel 1993, 25 anni fa, la UE se ne esce con una direttiva (93/104/CE) che impone ai paesi membri l'osservazione di periodi minimi di riposo, a salvaguardia dei lavoratori e degli utenti: la direttiva è scritta per tutti i tipi di lavoro e per tutti i lavoratori, dall'autista di autobus all'operaio metalmeccanico, e prevede un numero minimo di ore di riposo consecutive settimanali (24+11, cioè 35), un numero massimo di ore lavorative settimanali (48), un numero minimo di ore di riposo tra un turno lavorativo e l'altro (11), un numero minimo di settimane di ferie l'anno (4).
L'Italia riesce a fare finta che questa direttiva non esista. Riesce a fare finta di nulla PER DIECI ANNI.
Nel 2003 l'Unione Europea rimbrotta governo e parlamento italiano per il ritardo ingiustificabile nel recepire questa direttiva, e minaccia sanzioni economiche. A quel punto il Governo, per evitare di pagare multe salatissime, porta (in fretta e furia) in aula il decreto legislativo (66/2003) col quale il Parlamento recepisce quella direttiva ormai vecchia di dieci anni. Ma, almeno per quel che riguarda infermieri, medici e personale sanitario in genere, lo fa per finta, e al solo fine di NON PAGARE LE MULTE.
Le regole infatti valgono per tutti i lavoratori, TRANNE quelli della sanità: loro i riposi minimi che valgono per tutti gli altri possono non rispettarli, perché: a) manca il personale, e non si ha alcuna intenzione di formare e assumere le figure mancanti che servirebbero a tappare i buchi lasciati negli organici dalle "nuove" regole vecchie di dieci anni; b) i lavoratori della sanità sono superuomini indistruttibili e infaticabili, e quindi possono lavorare tranquillamente anche per diciassette ore su ventiquattro. No, non è un errore: diciassette ore di lavoro dalle 7:00 alle 7:00 del giorno dopo, magari in una rianimazione. Folle? Sì, folle. Ma a norma di legge, dato che a partire da subito (2003) le deroghe alla normativa sono cominciate a fioccare.
(io ho cominciato a lavorare nel 2005. Grazie alle deroghe, nel primo reparto nel quale ho lavorato seguivamo la griglia di turni pomeriggio (14:00 - 21:15) - mattino/notte (7:00 - 14:15 E 21:00 - 7:15). Lavoravo in Oncologia: 25 malati, dei quali tre in isolamento. Due infermieri di notte, da soli, che il personale di supporto era (ed è) una chimera: dopo diciassette ore di lavoro nelle ultime ventiquattro terminavamo il turno di notte barcollanti. Davamo consegna biascicandola, esausti fisicamente e piegati dal sonno. Una mia collega una volta si è addormentata sulla sedia subito dopo aver finito di dare consegna, per dire. Altre sono andate a sbattere mentre cercavano di guidare fino a casa, e fortunatamente non si sono fatte troppo male. Fa rabbrividire pensare che fino a venti minuti prima quella persona, troppo esausta per riuscire a guidare, avesse responsabilità diretta sulla vita di venticinque persone malate e in trattamento chemioterapico).
La scusa ufficiale, ai tempi (e l'ho già scritto in diverse occasioni, ma lo riscrivo, perché mi piace essere ripetitivo) era che gli infermieri non c'erano (ed era vero, ed è vero ancora oggi, solo che la situazione è enormemente peggiorata, rispetto ad allora. Enormemente, sì), e dato che quegli infermieri inesistenti non potevano essere assunti, per garantire il servizio ai cittadini era necessario derogare alla legge del 2003 che recepiva la direttiva del 1993, e costringere al superlavoro medici ed infermieri.
Così si deroga. E si continua a derogare ancora di più quando la crisi mondiale (la truffa, chiamiamola con il suo nome) esplode nel 2008: si smette di sostituire il personale andato in pensione o in maternità, gli organici decrescono, il carico di lavoro aumenta, l'età media pure, e aumentano conseguentemente i richiami in servizio, che fioccano quando uno di noi si ammala o si rompe: gli organici sono al minimo, e per coprire il turno si può soltanto richiamare in servizio qualcuno che ha un giorno di riposo. Io arrivo a lavorare otto giorni di fila (due mattini, tre pomeriggi, tre notti. Poi un giorno e mezzo di coma, e si ricomincia). Si va avanti così per anni.
(E ad un certo punto mi rompo io. Non faccio un giorno di malattia, ma mi rompo. Non dormo di notte, mi trascino in reparto guidato solo dagli automatismi, litigo con i parenti che mi rallentano nella mia lista di cose da fare a tappe forzate, e una volta, subito dopo la fine del turno, appena tornato nella mia stanza marcia, ho quello che credo sia stato l'unico attacco di ansia - o di panico - della mia vita. E spero anche che sia stato l'ultimo, grazie. Brutto brutto. Non ce la faccio più, e ne prendo atto: comincio ad accarezzare l'idea di licenziarmi e di cercarmi un altro tipo di lavoro. Uno qualsiasi, non mi importa. Ma ho un mutuo sul collo, e su questa maledetta professione ci ho investito troppo, e quindi resisto cercando di difendermi come posso: smetto di rispondere al telefono. Smetto di vivere "a disposizione". Quando sono di riposo, mi rendo irreperibile: è un mio diritto, me ne riapproprio. E ho cominciato a pretendere di avere copia dell'ordine di servizio quando qualcuno cerca di farmi saltare un riposo, altrimenti non rientro. Basta quello, nove su dieci, per indirizzarli su qualcuno di più malleabile e meno esaurito. Insomma, cerco di sopravvivere. E in qualche modo ci riesco. Ma sono stato ad un passo dal mollare, perché stavo davvero dando fuori di matto. E con dando fuori di matto intendo dando fuori di matto, esplosioni incontrollabili di rabbia comprese, ne ho già parlato anche qui sopra, nel post La Rabbia)
Arriviamo al 2014. La UE non ci sta, ad essere presa per i fondelli, quindi richiama l'Italia: basta deroghe alla normativa del 1993 recepita nel 2003, o saranno multe molto salate. Il governo Renzi corre ai ripari, e il Parlamento approva la legge che impone di eliminare le deroghe alla normativa (la normativa europea deve essere applicata senza deroghe, che, data la gerarchia delle fonti di legge, anche quando sono previste per legge di un paese membro decadono, dato che c'è una legge gerarchicamente superiore che non ammette deroghe). La legge (161 30/10/2014) concedeva un anno di tempo dall'entrata in vigore perché i datori di lavoro - aziende pubbliche e private - si potessero adeguare, e quindi entro il 15 novembre 2015 tutti i problemi organizzativi che avevano reso "necessarie" le deroghe alla normativa sarebbero dovuti essere risolti. Per risolvere quei problemi ci sono soltanto due modi: tagliare drasticamente le prestazioni e i posti letto (ma le conseguenze sulla salute pubblica sarebbero enormi) o assumere il personale che manca (tipo quei 25.000 infermieri disoccupati che non vengono assunti nonostante la carenza di organico abbia sforato le 65.000 unità). Dal trenta ottobre 2014 al 15 novembre 2015, incredibilmente, si è scelto di non fare niente. Anzi, qualcosa si è fatto: il personale è ulteriormente diminuito. La quota di PIL investita in sanità, anche. Quando si dice "una manovra a tenaglia", eh?
Come ho già avuto modo di scrivere, il 15 dicembre 2015 un asteroide ha colpito simultaneamente tutte le aziende ospedaliere - pubbliche e private - d'Italia, che si sono trovate "da un giorno all'altro" a gestire la "grave" situazione.
Da lì, il colpo di genio: prevedere delle deroghe alla legge del 2014 che eliminava le deroghe del 2008 (e del 2003) ad una legge del 2003 che recepiva una direttiva UE del 1993.
Quali deroghe? Ma quelle che hanno appena formalizzato infilandole nel rinnovo del contratto, semplice! Quelle che prevedono che undici ore di riposo tra un turno e l'altro (e il limite giornaliero delle dodici ore e cinquanta di lavoro) debbano valere per tutti i lavoratori di tutta Europa, infermieri e medici italiani esclusi: loro sono speciali, non hanno bisogno di riposare. Tanto se sbagliano sono solo problemi loro, no? Sono o non sono professionisti? Hanno anche l'assicurazione, no? Quindi chissenefrega, spremiamoli finché non si rompono.
(parentesi sul rinnovo del contratto: no, non saranno 85 euro lordi. Non per gli infermieri. Sopra i 26.000 euro di reddito lordo saranno di meno. Sembra attorno ai 65. Meno l'indennità di vacanza contrattuale (14 euro al mese), diventerebbero 51. Lordi. Il mio reddito è di 28.500 euro lordi l'anno, quindi su quei 51 euro ci pagherò il 38% di imposta sul reddito. Quindi l'aumento netto sarà pari a... 31 euro al mese. Ecco: a fronte di quei 31 euro, in cambio questi pretendono di farci ingoiare per la seconda volta le deroghe alla legge che eliminava le deroghe, ok? Siatene molto, molto incazzati, perché qui si gioca con la nostra salute e con la salute dei malati, si risparmiano un sacco di soldi, si uccide per fame il servizio sanitario nazionale, e in cambio ci offrono un piatto di lenticchie, e lo chiamano "un grande accordo", ok?).
Il nuovo, meraviglioso contratto, tanto atteso dopo quasi dieci anni di blocco contrattuale (durante i quali i lavoratori hanno perso più del 20% del loro potere d'acquisto, e le progressioni di carriera sono rimaste congelate), ci darà quattro spicci, e metterà nero su bianco che l'Italia è furba, e può continuare a sfruttare i propri lavoratori fregandosene della UE e delle sue normative, come delle minacce di sanzioni: basta far finta di cambiare le cose ogni tanto, e in questo modo si guadagna tempo, e sino alla prossima minaccia di sanzione si è a posto. Quando quella minaccia si concretizzerà, be'... faremo solo finta di adeguarci, come già fatto nel 2003 e nel 2014. Noi siamo furbi.
E io sono incazzato nero.
Visualizzazioni totali
Visualizzazione post con etichetta infermieri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta infermieri. Mostra tutti i post
martedì 6 febbraio 2018
lunedì 30 ottobre 2017
Inesistenza infermieristica
Sono passati ventitré anni dalla legge che ha istituito l'attuale profilo dell'infermiere.
Sono passati diciotto anni dalla legge che ha abrogato il mansionario infermieristico.
Sono passati diciassette anni dalla legge che ha istituito il corso di laurea in infermieristica.
Da allora aspettiamo che si attivino i corsi di laurea specialistica che avrebbero dovuto permettere di specializzarci in area critica, area materno infantile, area geriatrica eccetera. Niente.
Sono passati undici anni dalla legge che ha istituito l'ordine degli infermieri, e in questi giorni si sta mettendo in scena il terzo tentativo di far passare in parlamento UN'ALTRA legge che lo istituisce, dato che per la legge di undici anni fa sono venuti a mancare i decreti attuativi, e quindi non se ne è fatto niente.
Sono passati venticinque anni dall'ultimo adeguamento delle indennità (di lavoro durante giorni festivi (oggi lavorare a Natale vale 17.51 Euro. Lordi. Per l'intera giornata), di turno, di lavoro in terapia intensiva (vale 4.13 Euro al giorno. Lordi) eccetera.
Sono passati dieci anni dall'ultimo rinnovo del contratto.
Sono passati sedici anni dall'accordo conferenza stato-regioni che ha istituito la figura del OSS (che avrebbe dovuto sostituire nei reparti la figura dell'infermiere generico, occupandosi di quelle attività a bassa complessità, standardizzabili, che devono essere eseguite dal personale di supporto dietro disposizione e sotto la responsabilità del responsabile dell'assistenza generale - cioè l'infermiere-).
Sono passati tre anni da quel decreto 566 che istituiva le competenze avanzate infermieristiche, ma anche quelle sono rimaste sulla carta, e in ogni caso sarebbero state isorisorse (cioè: voi frequentate master a pagamento, acquisiste abilità e competenze, vi assumete tutta la responsabilità civile e penale di quel che fate esercitando queste vostre competenze avanzate, MA NON PRENDETE UN CENTESIMO IN PIU', fate gli specialisti aggratis), quindi dico una parolaccia a caso, ma non la scrivo.
Nella realtà quello infermieristico è un universo cristallizzato nel momento del cambiamento. Una fase evolutiva interminabile, durante la quale abbiamo visto aumentare le responsabilità (via il mansionario, siamo professionisti e agiamo in autonomia, quindi rispondiamo direttamente del nostro operato) e diminuire il numero di infermieri nei reparti, aumentare il carico di lavoro non improprio, cioè di vera assistenza infermieristica, aumentare gli adempimenti burocratici, aumentare la quantità di lavoro non infermieristico (attività alberghiere e di assistenza di base) impropriamente caricato sulle spalle degli infermieri. Da una parte c'è un magistrato che non può che rifarsi alla legge, e dall'altra c'è la realtà degli ospedali, dei reparti e delle case di cura, nei quali la legge non viene MAI osservata.
Da una parte, in forza di quel che sulla carta è stato disposto, il professionista infermiere viene condannato insieme al medico che ha sbagliato la prescrizione, perché l'infermiere DEVE riconoscere una prescrizione sbagliata e DEVE impedire il danno alla persona; dall'altra, l'infermiere che lavora in una casa di cura, se non vuole perdere il lavoro, DEVE assumersi la responsabilità della somministrazione di terapie fatte assumere dal personale di supporto quando nella struttura NON è presente un infermiere (l'infermiere è il parafulmine, praticamente).
Da una parte il professionista condannato per omicidio colposo, dall'altra l'operaio dell'assistenza che nel momento in cui il malato si è buttato giù dal letto era impegnato a cambiare un pannolone. Dice: signor giudice, io ero impegnato a cambiare il pannolone alla signora Maria, otto stanze più in là. E il magistrato sospira, allarga le braccia e dice: "cambiar pannoloni non è lavoro da infermiere. Garantire l'incolumità del malato, invece, sì: colpevole", e amen.
Da una parte il salario di un metalmeccanico che non lavora sui turni, dall'altra la vita che gira attorno ai turni in ospedale, la responsabilità professionale, il rischio biologico e infettivo, le aggressioni, lo stress, gli esseri umani che muoiono nonostante il tuo lavoro e il tuo impegno, l'assicurazione professionale, l'aggiornamento continuo a pagamento, l'iscrizione al collegio/ordine (non me ne frega una cippa, è una questione di lana caprina che non avrà alcun impatto sulla nostra realtà lavorativa), l'impossibilità di poter fare carriera, l'impossibilità di scioperare perché si deve garantire il servizio ai concittadini.
400.000 infermieri fanno funzionare la sanità, in questo paese, ma sembra che questo non importi a nessuno. Siamo invisibili. Inesistenti.
Sono passati diciotto anni dalla legge che ha abrogato il mansionario infermieristico.
Sono passati diciassette anni dalla legge che ha istituito il corso di laurea in infermieristica.
Da allora aspettiamo che si attivino i corsi di laurea specialistica che avrebbero dovuto permettere di specializzarci in area critica, area materno infantile, area geriatrica eccetera. Niente.
Sono passati undici anni dalla legge che ha istituito l'ordine degli infermieri, e in questi giorni si sta mettendo in scena il terzo tentativo di far passare in parlamento UN'ALTRA legge che lo istituisce, dato che per la legge di undici anni fa sono venuti a mancare i decreti attuativi, e quindi non se ne è fatto niente.
Sono passati venticinque anni dall'ultimo adeguamento delle indennità (di lavoro durante giorni festivi (oggi lavorare a Natale vale 17.51 Euro. Lordi. Per l'intera giornata), di turno, di lavoro in terapia intensiva (vale 4.13 Euro al giorno. Lordi) eccetera.
Sono passati dieci anni dall'ultimo rinnovo del contratto.
Sono passati sedici anni dall'accordo conferenza stato-regioni che ha istituito la figura del OSS (che avrebbe dovuto sostituire nei reparti la figura dell'infermiere generico, occupandosi di quelle attività a bassa complessità, standardizzabili, che devono essere eseguite dal personale di supporto dietro disposizione e sotto la responsabilità del responsabile dell'assistenza generale - cioè l'infermiere-).
Sono passati tre anni da quel decreto 566 che istituiva le competenze avanzate infermieristiche, ma anche quelle sono rimaste sulla carta, e in ogni caso sarebbero state isorisorse (cioè: voi frequentate master a pagamento, acquisiste abilità e competenze, vi assumete tutta la responsabilità civile e penale di quel che fate esercitando queste vostre competenze avanzate, MA NON PRENDETE UN CENTESIMO IN PIU', fate gli specialisti aggratis), quindi dico una parolaccia a caso, ma non la scrivo.
Nella realtà quello infermieristico è un universo cristallizzato nel momento del cambiamento. Una fase evolutiva interminabile, durante la quale abbiamo visto aumentare le responsabilità (via il mansionario, siamo professionisti e agiamo in autonomia, quindi rispondiamo direttamente del nostro operato) e diminuire il numero di infermieri nei reparti, aumentare il carico di lavoro non improprio, cioè di vera assistenza infermieristica, aumentare gli adempimenti burocratici, aumentare la quantità di lavoro non infermieristico (attività alberghiere e di assistenza di base) impropriamente caricato sulle spalle degli infermieri. Da una parte c'è un magistrato che non può che rifarsi alla legge, e dall'altra c'è la realtà degli ospedali, dei reparti e delle case di cura, nei quali la legge non viene MAI osservata.
Da una parte, in forza di quel che sulla carta è stato disposto, il professionista infermiere viene condannato insieme al medico che ha sbagliato la prescrizione, perché l'infermiere DEVE riconoscere una prescrizione sbagliata e DEVE impedire il danno alla persona; dall'altra, l'infermiere che lavora in una casa di cura, se non vuole perdere il lavoro, DEVE assumersi la responsabilità della somministrazione di terapie fatte assumere dal personale di supporto quando nella struttura NON è presente un infermiere (l'infermiere è il parafulmine, praticamente).
Da una parte il professionista condannato per omicidio colposo, dall'altra l'operaio dell'assistenza che nel momento in cui il malato si è buttato giù dal letto era impegnato a cambiare un pannolone. Dice: signor giudice, io ero impegnato a cambiare il pannolone alla signora Maria, otto stanze più in là. E il magistrato sospira, allarga le braccia e dice: "cambiar pannoloni non è lavoro da infermiere. Garantire l'incolumità del malato, invece, sì: colpevole", e amen.
Da una parte il salario di un metalmeccanico che non lavora sui turni, dall'altra la vita che gira attorno ai turni in ospedale, la responsabilità professionale, il rischio biologico e infettivo, le aggressioni, lo stress, gli esseri umani che muoiono nonostante il tuo lavoro e il tuo impegno, l'assicurazione professionale, l'aggiornamento continuo a pagamento, l'iscrizione al collegio/ordine (non me ne frega una cippa, è una questione di lana caprina che non avrà alcun impatto sulla nostra realtà lavorativa), l'impossibilità di poter fare carriera, l'impossibilità di scioperare perché si deve garantire il servizio ai concittadini.
400.000 infermieri fanno funzionare la sanità, in questo paese, ma sembra che questo non importi a nessuno. Siamo invisibili. Inesistenti.
giovedì 19 maggio 2016
La rabbia.
Il mio lavoro è un casino. Premessa necessaria. Col fatto che è un casino intendo dire che è un casino. Fare il mio lavoro vuol dire trovarsi in situazioni tesissime, drammatiche, a forte impatto emotivo. Avete mai preso in mano il cadavere di un bambino di quattro anni accoltellato dalla madre? Io sì. E ho pianto, perché lì non c'è distacco professionale che tenga, gente. Ogni tanto qualcosa ti tocca, e tu vacilli. Ti chiedi se vuoi davvero continuare a farlo. A volte ti chiedi se PUOI, continuare a farlo. Se ne vale la pena, continuare a farlo. Vita sociale a puttane, bioritmi sfasati da multiple notti di lavoro consecutive, salari ignobili, malati deliranti che ti graffiano, mordono e picchiano mentre cerchi di continuare a farli respirare, gravose responsabilità, grande carico di lavoro, dato che dobbiamo sostituire in tutto anche le figure di supporto che sono ovunque scarse o inesistenti, zero prospettive di carriera. Domani, a quest'ora, avrò finito di trascorrere in rianimazione il mio settimo giorno di lavoro consecutivo, 56 ore totali. Il mio contratto dice 36.
Ho 39 anni, mal di schiena, male alle ginocchia, sono insonne, mangio spessissimo una sola volta al giorno, per la gioia della mia gastrite e delle mie due fottute ulcerette esofagee. Quando sei dentro ad un frullatore è inutile cercare di mettere ordine. Mangio quando ho fame, dormo quando ho sonno. Se sto lavorando ed ho sonno, invece, caffè. Tanto. Sempre sia lodato.
Ecco, questa era la premessa: sono stressato (sempre), stanco (spesso), e a tratti demotivato (a tratti, giusto).
Rabbia, dunque. Se c'è qualcosa che si sposa in maniera sublime con stress, stanchezza e demotivazione è la rabbia, cazzo. Di quella che esplode senza grande preavviso, acuta e impotente, quindi frustrata, spesso recriminante.
Ci sono periodi buoni e periodi meno buoni, e in genere in quelli meno buoni mi capita di perdere la calma e girare l'interruttore "voce" da "serio professionista empatico ed affabile" a "cantante rock incazzato". Sono due voci molto, molto diverse. E sono tutt'e due profondamente mie. La seconda fa la sua discreta figura, in quei pochi, piccoli locali brianzoli che ancora hanno il coraggio di far suonare gruppi rock che osano mettere in scaletta un 80% di sconosciutissimi pezzi propri. Devo ammettere che suona però essere profondamente fuori luogo in una rianimazione. Perché purtroppo i cantanti, anche quelli non straordinari, sanno come dare volume, e a volte la cosa ci scivola un po' di mano, e ci ritroviamo a sommergere di decibel che neanche Dallara.
Nel corso degli anni mi è capitato di usare quella voce durante discussioni con colleghi, personale di supporto, coordinatori infermieristici, responsabili di area dipartimentale, medici, tecnici, "primari" di reparto e - due volte, perché sono recidivo - direttori di dipartimento.
Mi arrabbio. Non offendo, perché offendere è stupido (e anche pericoloso). Ma qualche volta impreco, anche di brutto. Non è tanto quel che dico: se lo dicessi usando la voce uno (serio professionista empatico e affabile) suonerebbe persino ragionevole, cazziemmerde a parte. E' che porcaputtana, lo sparo a palla. Va oltre le mie intenzioni, giuro. Ma mi accorgo che sto praticamente gridando solo quando ormai lo sto già facendo da un po'. E a quel punto continuo, checcazzo: non posso mica tornare giù di due ottave (e ottanta decibel) a metà frase. QUELLO CHE STO DICENDO, E TE LO DICO DA ANNI, E' CHE ABBIAMO QUESTI PROBlemi perché non abbiamo personale di supporto. Visto? Decrescente non ha senso. Mi dimentico per un attimo che attorno a me ci sono esseri umani in precario equilibrio emodinamico, sparo i miei decibel, e quelli vedono un pazzo che urla. E sentono che grida qualcosa sul fatto che lui ha bisogno di supporto. Per quel che ne sanno loro, supporto psicologico o psichiatrico, direi. Quello stesso pazzo che urla, dieci minuti dopo, ha girato l'interruttore sulla voce uno (serio professionista eccetera), impugna una siringa e si avvicina al malato mostrandogliela. A quel punto il malato si ipertende, chiaro.
Ora: a me fare la figura del pazzo non piace, davvero. E mettere a dura prova le anastomosi che il chirurgo ha confezionato sulle coronarie del malato mi piace ancora meno. Quindi in genere, dopo aver sbroccato in reparto (mi capita circa due volte l'anno) passo alcuni giorni a tormentarmi per quanto sono stato coglione.
E' che sono stanco e stressato, e a volte demotivato. E a volte m'incazzo, gente. Scusatemi, ecco.
Ho 39 anni, mal di schiena, male alle ginocchia, sono insonne, mangio spessissimo una sola volta al giorno, per la gioia della mia gastrite e delle mie due fottute ulcerette esofagee. Quando sei dentro ad un frullatore è inutile cercare di mettere ordine. Mangio quando ho fame, dormo quando ho sonno. Se sto lavorando ed ho sonno, invece, caffè. Tanto. Sempre sia lodato.
Ecco, questa era la premessa: sono stressato (sempre), stanco (spesso), e a tratti demotivato (a tratti, giusto).
Rabbia, dunque. Se c'è qualcosa che si sposa in maniera sublime con stress, stanchezza e demotivazione è la rabbia, cazzo. Di quella che esplode senza grande preavviso, acuta e impotente, quindi frustrata, spesso recriminante.
Ci sono periodi buoni e periodi meno buoni, e in genere in quelli meno buoni mi capita di perdere la calma e girare l'interruttore "voce" da "serio professionista empatico ed affabile" a "cantante rock incazzato". Sono due voci molto, molto diverse. E sono tutt'e due profondamente mie. La seconda fa la sua discreta figura, in quei pochi, piccoli locali brianzoli che ancora hanno il coraggio di far suonare gruppi rock che osano mettere in scaletta un 80% di sconosciutissimi pezzi propri. Devo ammettere che suona però essere profondamente fuori luogo in una rianimazione. Perché purtroppo i cantanti, anche quelli non straordinari, sanno come dare volume, e a volte la cosa ci scivola un po' di mano, e ci ritroviamo a sommergere di decibel che neanche Dallara.
Nel corso degli anni mi è capitato di usare quella voce durante discussioni con colleghi, personale di supporto, coordinatori infermieristici, responsabili di area dipartimentale, medici, tecnici, "primari" di reparto e - due volte, perché sono recidivo - direttori di dipartimento.
Mi arrabbio. Non offendo, perché offendere è stupido (e anche pericoloso). Ma qualche volta impreco, anche di brutto. Non è tanto quel che dico: se lo dicessi usando la voce uno (serio professionista empatico e affabile) suonerebbe persino ragionevole, cazziemmerde a parte. E' che porcaputtana, lo sparo a palla. Va oltre le mie intenzioni, giuro. Ma mi accorgo che sto praticamente gridando solo quando ormai lo sto già facendo da un po'. E a quel punto continuo, checcazzo: non posso mica tornare giù di due ottave (e ottanta decibel) a metà frase. QUELLO CHE STO DICENDO, E TE LO DICO DA ANNI, E' CHE ABBIAMO QUESTI PROBlemi perché non abbiamo personale di supporto. Visto? Decrescente non ha senso. Mi dimentico per un attimo che attorno a me ci sono esseri umani in precario equilibrio emodinamico, sparo i miei decibel, e quelli vedono un pazzo che urla. E sentono che grida qualcosa sul fatto che lui ha bisogno di supporto. Per quel che ne sanno loro, supporto psicologico o psichiatrico, direi. Quello stesso pazzo che urla, dieci minuti dopo, ha girato l'interruttore sulla voce uno (serio professionista eccetera), impugna una siringa e si avvicina al malato mostrandogliela. A quel punto il malato si ipertende, chiaro.
Ora: a me fare la figura del pazzo non piace, davvero. E mettere a dura prova le anastomosi che il chirurgo ha confezionato sulle coronarie del malato mi piace ancora meno. Quindi in genere, dopo aver sbroccato in reparto (mi capita circa due volte l'anno) passo alcuni giorni a tormentarmi per quanto sono stato coglione.
E' che sono stanco e stressato, e a volte demotivato. E a volte m'incazzo, gente. Scusatemi, ecco.
Etichette:
Infermiere,
infermieri,
rabbia,
rianimazione
mercoledì 19 giugno 2013
Infermiere, dodici anni dopo.
Dodici anni fa, giovane adulto più o meno imberbe, avevo da poco finito di regalare i miei dieci mesi di servizio civile allo Stato, e cercavo di capire che cosa sarebbe stato bene (o forse soltanto meglio) fare da grande.
Avevo trovato un impiego come metalmeccanico in una azienda brianzola che produceva (e a quel che mi risulta ancora produce) sistemi di allarme. La Brianza pre-crisi era un tessuto produttivo affamato di manovalanza, quindi, nonostante vantassi una esperienza praticamente nulla nel campo (avevo una maturità da analista contabile in tasca e avevo precedentemente lavorato come contabile) ero stato immediatamente assunto a tempo indeterminato. Un mese di prova attraverso Adecco, poi la firma del contratto. Sì, lo so, adesso sembra fantascienza, ma allora era più o meno la norma: se uno dimostrava di essere in grado di lavorare seriamente (ed io lo avevo dimostrato) in modo produttivo (ed io ero in grado di farlo) ti arrivava la proposta di assunzione, era scontato. Ed era scontato che uno firmasse, così, senza nemmeno festeggiare, perché avere un lavoro (fisso) a 24 anni, nel 2001, in Brianza, era cosa assolutamente normale.
Nel giugno del 2001 avevo già deciso che non avrei fatto il metalmeccanico a vita. Intendiamoci: il lavoro non era male, i colleghi erano persone a posto, l'ambiente era buono, la paga era decente (in lire, sfiorava il 1.800.000 al mese, che prima dell'euro erano abbastanza), ma io ero stato traviato dal maledetto servizio civile, e avevo deciso di voler fare della mia vita qualcosa che fosse più significativo per me e per la società.
Idiota.
Quindi mi iscrissi al corso di laurea in infermieristica, università degli studi di Milano. L'11 settembre 2001, mentre le torri crollavano a New York, stavo sostenendo il test d'ingresso (il corso di laurea era almeno formalmente a numero chiuso). Diedi le dimissioni da metalmeccanico ai primi di ottobre, qualche giorno prima dell'inizio delle lezioni, e certo il datore di lavoro non mi implorò di restare, ma puttanaeva, me lo chiese. L'azienda è solida, mi disse, se rimani il lavoro non ti mancherà. Ringraziai, ma ormai avevo deciso.
Insomma, per farla breve frequentai le lezioni, sostenni gli esami, feci le mie tremila ore di tirocinio clinico nei reparti, finii i soldi che avevo messo da parte e feci lo studente spiantato. Mio padre fece in tempo ad ammalarsi e morire a 55 anni. Entrai in crisi, smisi di dare esami per un po' e finii fuori corso. Alla fine, con un anno di ritardo sulla tabella di marcia, mi laureai. Cominciai ad esercitare come infermiere dodici giorni netti dopo la discussione della tesi, nel dicembre del 2005: si era in piena emergenza infermieristica, e gli ospedali ti venivano praticamente a cercare a casa (a me telefonò l'ufficio personale di Niguarda, sede della sezione di corso di laurea, due giorni dopo la discussione della tesi. Il tempo di preparare le scartoffie, firmare non mi ricordo più quanti documenti, e cominciai a lavorare). Quattro mesi dopo vinsi il concorso pubblico. Ok. Tutto molto bello.
O forse no.
Ora ho 36 anni, e sto facendo quello che avevo sperato di poter fare dodici anni fa. Lavoro in una terapia intensiva cardiovascolare, i ritmi spesso sono folli, le responsabilità (giustamente) enormi, i turni massacranti. La mia vita sociale, quel poco che ne rimane, è costruita attorno alla vita in reparto. Ogni tanto la gente mi muore letteralmente sotto le mani, ed ho imparato a farmene una ragione. Ho imparato ad assistere alle tragedie altrui senza farmici coinvolgere emotivamente. Si chiama distacco professionale, e comincio a pensare che sia una sorta di malattia psichiatrica.
Amo il mio lavoro? Sì, in qualche modo lo amo ancora. Lo amo quando vedo una persona tornare a vivere. Lo amo quando vedo qualcuno tornare in piedi dopo uno o due mesi di rianimazione. E lo amo anche quando indosso i guanti, accanto ai miei colleghi infermieri, agli anestesisti e ai cardiologi, attendendo che le porte dell'ascensore si aprano e che l'equipaggio dell'elisoccorso porti in reparto una persona in condizioni estremamente gravi. Ma quella è adrenalina, è un altro discorso.
In questi dodici anni amore e odio si sono contrastati a vicenda a lungo, però, e spesso ormai l'odio prevale.
Odio il mio stipendio. Con tutto il rispetto per gli operatori ecologici che si occupano di raccolta differenziata, il mio lavoro sui turni, di notte, nei festivi, con responsabilità civile e penale di quel che accade al malato, viene pagato praticamente quanto il loro. E se togliessimo dal computo i turni, i festivi e le notti verrei pagato meno di loro. Lo so perché un mio lontano cugino fa l'operatore ecologico (miocuggino), e quando mi ha detto quanto guadagna ci sono rimasto un po' male. Per me, perché per lui ero sinceramente contento.
Da contabile, sul finire degli anni '90, guadagnavo circa 2.300.000 lire al mese. Fatti i conti (il cambio nominale non significa nulla, e chi ha vissuto da adulto il primo anno dopo l'introduzione dell'Euro lo sa benissimo) guadagnavo di più allora, da semplice diplomato.
Dite: ma guadagni 1.550 Euro al mese, con quella cifra si sopravvive. Certo, che si sopravvive. Ma a questo punto conviene andare a tirare su il cartone da terra dalle sette alle tredici, domenica esclusa. Il cartone non muore, non sanguina, non ti passa malattie infettive, non si butta giù dal letto perché è disorientato, non ha parenti che ti querelano o che minacciano di farlo. Chi raccoglie il cartone non è iscritto ad un inutile collegio professionale che ti chiede di pagare la dannata iscrizione obbligatoria per legge. Chi raccoglie il cartone non è obbligato all'aggiornamento continuo a pagamento (nel senso che paghi per poter frequentare dei corsi). E se volete vado avanti.
Odio chi mi confonde con un cameriere. Lo scrivo con tutto il rispetto per i camerieri, naturalmente (l'ho fatto anche io, da studente), ma preparare una limonata a metà pomeriggio (o un latte tiepido macchiato alle tre del mattino) non rientra fra le mie priorità. Non quando la mia priorità è mantenere in vita una persona sedata, curarizzata, intubata, ultrafiltrata, contropulsata e con tanti di quei farmaci in infusione continua che la postazione sembra un alberello di natale, intesi?
Odio chi mi dà del lei, chi mi chiama dottore (vaccaeva, io sono dottore, o almeno così recita il pezzo di carta rilasciatomi dall'università) e poi, non appena lo informo che sono un infermiere e non un medico, passa con scioltezza a darmi del tu. Mentre io continuo a dargli del lei, perché sono abituato a dare del lei alle persone che non conosco, quale che sia il lavoro che fanno.
Odio i medici (fortunatamente non molti) che pensano che io sia lì ad assistere loro, e non il malato. Attaccatevi da soli le vostre etichette, compilate da soli le vostre richieste e mettetevi a posto da soli le vostre cartelle, io non vi chiedo di fare un pezzo del mio lavoro. E non ho intenzione di fare un pezzo del vostro. A meno che non siate nella merda fino al collo e che non mi chiediate una mano, s'intende, ma in quel caso pretendo reciprocità. Odio i medici che vanno a dormire di notte e che diventano scorbutici se li si chiama alle tre del mattino: un metalmeccanico che fa il turno di notte non tira fuori la sdraio alle undici, ok? Siete al lavoro, come me. Siete pagati, più di me. State svegli, come me. Fra i miei obiettivi non c'è quello di infastidirvi tormentandovi con delle sciocchezze, quindi se vi chiamo c'è un motivo, il motivo è valido, e voi dovete prendermi dannatamente sul serio.
Odio rendermi conto ogni giorno di più che politici, giornalisti e amministratori (e di conseguenza la stragrande maggioranza dei concittadini) non hanno la più pallida idea di che cosa significhi fare il mio lavoro. Portantini, ausiliari, OSS, ASA e infermieri per il senso comune sono esattamente la stessa cosa. Il che è un po' come confondere ingegneri e geometri, dottori commercialisti e ragionieri, fisioterapisti e massaggiatrici da centro massaggi orientale (io poi dale bacio). Io sono un professionista, non un garzone tuttofare. Sono il responsabile dell'assistenza, e non perché lo dica io: lo prescrive la legge. C'è gente (OSS, ASA, ausiliari) che lavora sotto la mia diretta responsabilità. Non sono un portapadelle, un vuotapappagalli e un pulisciculo. L'assistenza di base (lavare sederi sporchi è un atto nobile, fondamentale per la salute del malato, ma è assistenza di base che in teoria sarebbe appannaggio più o meno esclusivo di OSS e ASA) non è il fulcro della mia attività professionale.
Odio il management che anni fa ci diceva "non ci sono infermieri, proprio non se ne trovano, quindi dovete serrare i ranghi ed ammazzarvi di straordinari non pagati, perché purtroppo abbiamo esaurito i fondi messi a budget per gli straordinari", e che oggi ci dice "c'è la crisi, c'è la revisione di spesa, c'è il taglio dei trasferimenti, quindi non possiamo assumere i 30.000 infermieri precari o disoccupati che ci sono in Italia, e quindi vi ritocca serrare i ranghi e ammazzarvi di straordinari, naturalmente non pagati perché non ci sono i fondi per pagarvi". Odio quando poi si viene a sapere che il management si è appena spartito un quarto di milione di euro di incentivi perché (loro!) hanno "raggiunto gli obiettivi". Odio quando glielo fai notare e loro ti rispondono con una scrollata di spalle che "si tratta di capitoli di spesa diversi".
Odio la produzione scritta infermieristica, gli stilemi imparati a memoria e ripetuti a pappagallo (spesso fuori contesto), la sintassi traballante e la grammatica creativa, gli accenti messi a cazzo e i termini usati impropriamente. L'italiano non è l'italiano, scriveva Sciascia: è il ragionamento. Nessuna professione può avere un minimo di dignità sociale finché ci si esprime come dei cazzo di bimbominchia. Eh, sì, questa cosa mi fa proprio incazzare, che volete.
Odio la mancanza di coesione e di consapevolezza di ruolo di buona parte dei miei colleghi, perennemente impegnati a contare i giorni di riposo altrui e a confrontarli con i propri, in lotta continua (ed insulsa) con il turno opposto o con i colleghi del reparto adiacente (come alle medie quando all'intervallo si faceva la guerra tra prima A e prima B), pronti a deglutire amabilmente le cucchiaiate di merda rifilateci di continuo dal management, solerti nel baciare culi a ripetizione convinti che spandere saliva possa servire ad ottenere cose che in realtà sono semplici, fottuti diritti. Odio chi si chiude nel confessionale del coordinatore ed esce giulivo perché "mi ha dato le ferie": coglione, le ferie sono tue, il coordinatore non ti ha concesso proprio niente. E tu sei un povero idiota. Se gli infermieri si battessero per la causa comune, con l'impegno e la determinazione che solitamente incanalano nelle piccole proprie beghe private, saremmo una categoria dall'enorme potere contrattuale. E invece valiamo poco o nulla, nonostante siano le nostre, le spalle che tengono in piedi i reparti e gli ospedali.
Odio non poter scioperare perché sono sempre precettato.
Odio i rappresentanti sindacali che si fanno razzianamente i cazzi propri, che si fanno eleggere per ottenere l'esenzione dalle notti o i turni in 118 (quelli sì, a pagamento, ed infatti in genere il giro che sta attorno al 118 è una cosa che fa impallidire i corleonesi), che svendono il culo dei propri colleghi in cambio di un contentino personale. E ho massimo rispetto di quei colleghi rappresentanti sindacali che, una volta compreso lo schifo del giochino torbido del do ut des all'italiana, danno sdegnosamente le dimissioni dall'incarico, perché comprendono che la propria dignità vale più di trenta denari del cazzo.
Dodici anni dopo forse non lo rifarei, questa è la conclusione. Non perché mi sia stancato di fare il mio lavoro, tutt'altro. Non lo rifarei perché non ne vale la pena. Non ne vale la pena economicamente, e leggere Gad Lerner parlare della "miseria delle retribuzioni del personale infermieristico" come "uno degli aspetti più evidenti dell'ingiustizia sociale" fa solo arrabbiare, perché tanto non c'è speranza che le cose possano cambiare. Non ne vale la pena perché la mia vita sociale è stata quasi completamente demolita dai maledetti turni, non ne vale la pena perché ho la dignità sociale che si riserva ai parìa, non ne vale la pena perché mi ero illuso di fare un lavoro con la gente, per la gente, senza che nessuno ci facesse la cresta, e purtroppo non è così, la cresta la fanno in moltissimi.
Avevo trovato un impiego come metalmeccanico in una azienda brianzola che produceva (e a quel che mi risulta ancora produce) sistemi di allarme. La Brianza pre-crisi era un tessuto produttivo affamato di manovalanza, quindi, nonostante vantassi una esperienza praticamente nulla nel campo (avevo una maturità da analista contabile in tasca e avevo precedentemente lavorato come contabile) ero stato immediatamente assunto a tempo indeterminato. Un mese di prova attraverso Adecco, poi la firma del contratto. Sì, lo so, adesso sembra fantascienza, ma allora era più o meno la norma: se uno dimostrava di essere in grado di lavorare seriamente (ed io lo avevo dimostrato) in modo produttivo (ed io ero in grado di farlo) ti arrivava la proposta di assunzione, era scontato. Ed era scontato che uno firmasse, così, senza nemmeno festeggiare, perché avere un lavoro (fisso) a 24 anni, nel 2001, in Brianza, era cosa assolutamente normale.
Nel giugno del 2001 avevo già deciso che non avrei fatto il metalmeccanico a vita. Intendiamoci: il lavoro non era male, i colleghi erano persone a posto, l'ambiente era buono, la paga era decente (in lire, sfiorava il 1.800.000 al mese, che prima dell'euro erano abbastanza), ma io ero stato traviato dal maledetto servizio civile, e avevo deciso di voler fare della mia vita qualcosa che fosse più significativo per me e per la società.
Idiota.
Quindi mi iscrissi al corso di laurea in infermieristica, università degli studi di Milano. L'11 settembre 2001, mentre le torri crollavano a New York, stavo sostenendo il test d'ingresso (il corso di laurea era almeno formalmente a numero chiuso). Diedi le dimissioni da metalmeccanico ai primi di ottobre, qualche giorno prima dell'inizio delle lezioni, e certo il datore di lavoro non mi implorò di restare, ma puttanaeva, me lo chiese. L'azienda è solida, mi disse, se rimani il lavoro non ti mancherà. Ringraziai, ma ormai avevo deciso.
Insomma, per farla breve frequentai le lezioni, sostenni gli esami, feci le mie tremila ore di tirocinio clinico nei reparti, finii i soldi che avevo messo da parte e feci lo studente spiantato. Mio padre fece in tempo ad ammalarsi e morire a 55 anni. Entrai in crisi, smisi di dare esami per un po' e finii fuori corso. Alla fine, con un anno di ritardo sulla tabella di marcia, mi laureai. Cominciai ad esercitare come infermiere dodici giorni netti dopo la discussione della tesi, nel dicembre del 2005: si era in piena emergenza infermieristica, e gli ospedali ti venivano praticamente a cercare a casa (a me telefonò l'ufficio personale di Niguarda, sede della sezione di corso di laurea, due giorni dopo la discussione della tesi. Il tempo di preparare le scartoffie, firmare non mi ricordo più quanti documenti, e cominciai a lavorare). Quattro mesi dopo vinsi il concorso pubblico. Ok. Tutto molto bello.
O forse no.
Ora ho 36 anni, e sto facendo quello che avevo sperato di poter fare dodici anni fa. Lavoro in una terapia intensiva cardiovascolare, i ritmi spesso sono folli, le responsabilità (giustamente) enormi, i turni massacranti. La mia vita sociale, quel poco che ne rimane, è costruita attorno alla vita in reparto. Ogni tanto la gente mi muore letteralmente sotto le mani, ed ho imparato a farmene una ragione. Ho imparato ad assistere alle tragedie altrui senza farmici coinvolgere emotivamente. Si chiama distacco professionale, e comincio a pensare che sia una sorta di malattia psichiatrica.
Amo il mio lavoro? Sì, in qualche modo lo amo ancora. Lo amo quando vedo una persona tornare a vivere. Lo amo quando vedo qualcuno tornare in piedi dopo uno o due mesi di rianimazione. E lo amo anche quando indosso i guanti, accanto ai miei colleghi infermieri, agli anestesisti e ai cardiologi, attendendo che le porte dell'ascensore si aprano e che l'equipaggio dell'elisoccorso porti in reparto una persona in condizioni estremamente gravi. Ma quella è adrenalina, è un altro discorso.
In questi dodici anni amore e odio si sono contrastati a vicenda a lungo, però, e spesso ormai l'odio prevale.
Odio il mio stipendio. Con tutto il rispetto per gli operatori ecologici che si occupano di raccolta differenziata, il mio lavoro sui turni, di notte, nei festivi, con responsabilità civile e penale di quel che accade al malato, viene pagato praticamente quanto il loro. E se togliessimo dal computo i turni, i festivi e le notti verrei pagato meno di loro. Lo so perché un mio lontano cugino fa l'operatore ecologico (miocuggino), e quando mi ha detto quanto guadagna ci sono rimasto un po' male. Per me, perché per lui ero sinceramente contento.
Da contabile, sul finire degli anni '90, guadagnavo circa 2.300.000 lire al mese. Fatti i conti (il cambio nominale non significa nulla, e chi ha vissuto da adulto il primo anno dopo l'introduzione dell'Euro lo sa benissimo) guadagnavo di più allora, da semplice diplomato.
Dite: ma guadagni 1.550 Euro al mese, con quella cifra si sopravvive. Certo, che si sopravvive. Ma a questo punto conviene andare a tirare su il cartone da terra dalle sette alle tredici, domenica esclusa. Il cartone non muore, non sanguina, non ti passa malattie infettive, non si butta giù dal letto perché è disorientato, non ha parenti che ti querelano o che minacciano di farlo. Chi raccoglie il cartone non è iscritto ad un inutile collegio professionale che ti chiede di pagare la dannata iscrizione obbligatoria per legge. Chi raccoglie il cartone non è obbligato all'aggiornamento continuo a pagamento (nel senso che paghi per poter frequentare dei corsi). E se volete vado avanti.
Odio chi mi confonde con un cameriere. Lo scrivo con tutto il rispetto per i camerieri, naturalmente (l'ho fatto anche io, da studente), ma preparare una limonata a metà pomeriggio (o un latte tiepido macchiato alle tre del mattino) non rientra fra le mie priorità. Non quando la mia priorità è mantenere in vita una persona sedata, curarizzata, intubata, ultrafiltrata, contropulsata e con tanti di quei farmaci in infusione continua che la postazione sembra un alberello di natale, intesi?
Odio chi mi dà del lei, chi mi chiama dottore (vaccaeva, io sono dottore, o almeno così recita il pezzo di carta rilasciatomi dall'università) e poi, non appena lo informo che sono un infermiere e non un medico, passa con scioltezza a darmi del tu. Mentre io continuo a dargli del lei, perché sono abituato a dare del lei alle persone che non conosco, quale che sia il lavoro che fanno.
Odio i medici (fortunatamente non molti) che pensano che io sia lì ad assistere loro, e non il malato. Attaccatevi da soli le vostre etichette, compilate da soli le vostre richieste e mettetevi a posto da soli le vostre cartelle, io non vi chiedo di fare un pezzo del mio lavoro. E non ho intenzione di fare un pezzo del vostro. A meno che non siate nella merda fino al collo e che non mi chiediate una mano, s'intende, ma in quel caso pretendo reciprocità. Odio i medici che vanno a dormire di notte e che diventano scorbutici se li si chiama alle tre del mattino: un metalmeccanico che fa il turno di notte non tira fuori la sdraio alle undici, ok? Siete al lavoro, come me. Siete pagati, più di me. State svegli, come me. Fra i miei obiettivi non c'è quello di infastidirvi tormentandovi con delle sciocchezze, quindi se vi chiamo c'è un motivo, il motivo è valido, e voi dovete prendermi dannatamente sul serio.
Odio rendermi conto ogni giorno di più che politici, giornalisti e amministratori (e di conseguenza la stragrande maggioranza dei concittadini) non hanno la più pallida idea di che cosa significhi fare il mio lavoro. Portantini, ausiliari, OSS, ASA e infermieri per il senso comune sono esattamente la stessa cosa. Il che è un po' come confondere ingegneri e geometri, dottori commercialisti e ragionieri, fisioterapisti e massaggiatrici da centro massaggi orientale (io poi dale bacio). Io sono un professionista, non un garzone tuttofare. Sono il responsabile dell'assistenza, e non perché lo dica io: lo prescrive la legge. C'è gente (OSS, ASA, ausiliari) che lavora sotto la mia diretta responsabilità. Non sono un portapadelle, un vuotapappagalli e un pulisciculo. L'assistenza di base (lavare sederi sporchi è un atto nobile, fondamentale per la salute del malato, ma è assistenza di base che in teoria sarebbe appannaggio più o meno esclusivo di OSS e ASA) non è il fulcro della mia attività professionale.
Odio il management che anni fa ci diceva "non ci sono infermieri, proprio non se ne trovano, quindi dovete serrare i ranghi ed ammazzarvi di straordinari non pagati, perché purtroppo abbiamo esaurito i fondi messi a budget per gli straordinari", e che oggi ci dice "c'è la crisi, c'è la revisione di spesa, c'è il taglio dei trasferimenti, quindi non possiamo assumere i 30.000 infermieri precari o disoccupati che ci sono in Italia, e quindi vi ritocca serrare i ranghi e ammazzarvi di straordinari, naturalmente non pagati perché non ci sono i fondi per pagarvi". Odio quando poi si viene a sapere che il management si è appena spartito un quarto di milione di euro di incentivi perché (loro!) hanno "raggiunto gli obiettivi". Odio quando glielo fai notare e loro ti rispondono con una scrollata di spalle che "si tratta di capitoli di spesa diversi".
Odio la produzione scritta infermieristica, gli stilemi imparati a memoria e ripetuti a pappagallo (spesso fuori contesto), la sintassi traballante e la grammatica creativa, gli accenti messi a cazzo e i termini usati impropriamente. L'italiano non è l'italiano, scriveva Sciascia: è il ragionamento. Nessuna professione può avere un minimo di dignità sociale finché ci si esprime come dei cazzo di bimbominchia. Eh, sì, questa cosa mi fa proprio incazzare, che volete.
Odio la mancanza di coesione e di consapevolezza di ruolo di buona parte dei miei colleghi, perennemente impegnati a contare i giorni di riposo altrui e a confrontarli con i propri, in lotta continua (ed insulsa) con il turno opposto o con i colleghi del reparto adiacente (come alle medie quando all'intervallo si faceva la guerra tra prima A e prima B), pronti a deglutire amabilmente le cucchiaiate di merda rifilateci di continuo dal management, solerti nel baciare culi a ripetizione convinti che spandere saliva possa servire ad ottenere cose che in realtà sono semplici, fottuti diritti. Odio chi si chiude nel confessionale del coordinatore ed esce giulivo perché "mi ha dato le ferie": coglione, le ferie sono tue, il coordinatore non ti ha concesso proprio niente. E tu sei un povero idiota. Se gli infermieri si battessero per la causa comune, con l'impegno e la determinazione che solitamente incanalano nelle piccole proprie beghe private, saremmo una categoria dall'enorme potere contrattuale. E invece valiamo poco o nulla, nonostante siano le nostre, le spalle che tengono in piedi i reparti e gli ospedali.
Odio non poter scioperare perché sono sempre precettato.
Odio i rappresentanti sindacali che si fanno razzianamente i cazzi propri, che si fanno eleggere per ottenere l'esenzione dalle notti o i turni in 118 (quelli sì, a pagamento, ed infatti in genere il giro che sta attorno al 118 è una cosa che fa impallidire i corleonesi), che svendono il culo dei propri colleghi in cambio di un contentino personale. E ho massimo rispetto di quei colleghi rappresentanti sindacali che, una volta compreso lo schifo del giochino torbido del do ut des all'italiana, danno sdegnosamente le dimissioni dall'incarico, perché comprendono che la propria dignità vale più di trenta denari del cazzo.
Dodici anni dopo forse non lo rifarei, questa è la conclusione. Non perché mi sia stancato di fare il mio lavoro, tutt'altro. Non lo rifarei perché non ne vale la pena. Non ne vale la pena economicamente, e leggere Gad Lerner parlare della "miseria delle retribuzioni del personale infermieristico" come "uno degli aspetti più evidenti dell'ingiustizia sociale" fa solo arrabbiare, perché tanto non c'è speranza che le cose possano cambiare. Non ne vale la pena perché la mia vita sociale è stata quasi completamente demolita dai maledetti turni, non ne vale la pena perché ho la dignità sociale che si riserva ai parìa, non ne vale la pena perché mi ero illuso di fare un lavoro con la gente, per la gente, senza che nessuno ci facesse la cresta, e purtroppo non è così, la cresta la fanno in moltissimi.
Iscriviti a:
Post (Atom)